Può un giovane di ieri parlare a un giovane d’oggi?

  Una fotografia, ancora una volta una fotografia. Morelli l’aveva ben impressa nelle rètine quell’immagine di due giovani innamorati uniti in un abbraccio senza tempo. Una fotografia, pensò Morelli, un istante muto imprigionato dalle pareti di un rettangolo che taglia e rifila la realtà. Ma è proprio così?, si chiese, è proprio vero che una fotografia è un istante muto? No, si disse, le fotografie non sono mute: le fotografie raccontano storie che vanno oltre i limiti imposti dalla loro geometria. Parlano a chi le sa ascoltare, pensò, le fotografie parlano a chi è pronto ad accogliere il loro messaggio: sono letteratura per immagine. E quella fotografia di due giovani innamorati degli anni Venti, una fotografia che già faceva intendere un grande amore, a guardarla bene raccontava qualcosa di più.
Morelli pensò che la fotografia da sola non bastava senza ciò che conosceva dei soggetti. Senza quelle informazioni i due sarebbero stati solo due giovani innamorati degli anni Venti. Proprio perché lui sapeva, in quella fotografia non vedeva soltanto l’amore. Quella fotografia gli diceva che la vita è passione, che la vita è combattere per le proprie idee. Ogni volta che andava a riguardarla, gli sembrava che le figure possedessero la forza per evadere dal rettangolo di carta e imporsi alla realtà. E allora quei due giovani iniziavano a muoversi, a sciogliere l’abbraccio e guardarsi attorno, a scoprire con i loro occhi il mondo nuovo – il mondo che per loro sarebbe stato un lontano futuro. Continua a leggere

Sul molo di Alcântara. Un dialogo immaginario.

 ad A.T.

  Morelli l’aspettava sul molo di Alcântara. Sapeva che si sarebbero incontrati là dove la terra finisce e comincia l’acqua, quando il sole è già tramontato da un pezzo, all’ora dei fantasmi. Se fosse stato necessario l’avrebbe aspettato anche sotto al sole che dardeggiava, ma sapeva che lo Scrittore non si sarebbe presentato prima della mezzanotte; per cui aveva trascorso l’intera giornata a passeggiare per la Lisbona che aveva imparato a conoscere attraverso i Suoi libri. E lì, su quella striscia di terra artificiale, Morelli non poté fare a meno di pensare che quel molo era un luogo «eventuale», ossia un luogo in cui sarebbe avvenuto qualcosa, ma di questo non aveva certezza.
La mezzanotte era passata da dieci minuti. Morelli si era seduto su una panchina, taceva e guardava lontano. L’uomo che stava aspettando aveva scritto che molti a Lisbona fanno così: sostano su queste sedie pubbliche, tacciono, fissano la linea dell’orizzonte. Praticano la morte per saudade, un atteggiamento che si può anche imparare se uno ha buona volontà. Morelli si chiese se fosse possibile anche per lui, che apparteneva a una cultura diversa, una cultura che non prevedeva la saudade, imparare quell’atteggiamento. In italiano quella parola non aveva una vera e propria traduzione; e le parole che non possono essere tradotte fedelmente forse non possono essere comprese fino in fondo neanche se ci si allena, pensò Morelli. Poi si ricordò che sempre lo Scrittore aveva detto che in italiano il termine perfetto per descrivere la saudade era il disìo dantesco, un termine quasi dimenticato, ma più appropriato di quello moderno: nostalgia. Morelli concluse che la saudade è anche un’arte di evocazione perché reca con sé il desiderio di ritrovare chi è lontano. Tuttavia trovò che starsene lì seduto su quella panchina, di notte, a praticare la saudade, era piuttosto un buon modo per evocare il sonno. Continua a leggere

La collina

A Hemingway
Did you ever see Piedmontese hills?
They are brown, yellow and dusty, sometimes «green»…
You’ld like them.
Yours C. P.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere

Questo testo è debitore di un racconto, di un poeta e di uno scrittore fittizio frutto della fantasia di uno scrittore autentico.

1.

  Era una fotografia in bianco e nero di Torino di notte. Morelli l’aveva trovata consultando un libro sulla storia della città, presso la Biblioteca Nazionale. Non era nulla di speciale: si intravedevano soltanto alcune sagome di palazzine, anzi, le si intuiva soltanto dal profilo dei comignoli sui tetti. Ciò che aveva attirato l’attenzione di Morelli era la luce: gli edifici non erano rischiarati dall’illuminazione pubblica (sarebbero stati illuminati dal basso) erano piuttosto rischiarati da una luce che proveniva dall’alto, originata da linee chiare, sottili e curve, che a Morelli ricordavano le stelle filanti o i capelli d’angelo. Le linee sembravano nascere dagli edifici stessi e si proiettavano nel cielo nero. Sembravano fuochi d’artificio: la fotografia poteva essere stata scattata la notte di San Giovanni di qualche decennio fa. È quello che pensò Morelli, a un primo sguardo. Poi, guardando meglio, notò la minuscola didascalia sotto la foto: 6 settembre 1940. Non si trattava della festa patronale, allora, era l’istantanea di un bombardamento, e le linee chiare dovevano essere i proiettili traccianti della contraerea.
A Morelli venne in mente La casa in collina di Cesare Pavese. Quella fotografia l’aveva trasportato sulla collina, durante la guerra, di fronte a una Torino bombardata, con gli occhi pieni del desiderio che finisse quel massacro, che tutto tornasse alla normalità. Continua a leggere