Una lettera senza indirizzo del destinatario.

Te la ricordi l’università a Berlino? Ti ricordi che silenzio nel giardino interno dell’Hauptgebäude? Ti dissi che sarebbe stato splendido studiare in un posto del genere, seduti sulle panchine di marmo, con il libro sulle ginocchia, nel rinfresco degli alberi. Era bello anche solo starsene lì a mangiare i nostri panini al salame. Ti dissi che non mi meravigliavo che in un posto così gli studenti avessero più stimoli di noi per studiare. Mi dicesti che non era vero, che a noi sembrava tanto speciale soltanto perché eravamo abituati a un casermone di cemento, dicesti che l’aspetto esteriore non contava nulla. Mi dicesti che avresti perso la passione per lo studio anche se avessi frequentato un posto del genere. Non dipendeva dall’università, affermasti, quanto dalla stanchezza di assorbire nozioni da miopi della vita. Li chiamavi miopi della vita, i professori, perché sostenevi che sono in grado di mettere a fuoco solo ciò che hanno sotto il naso e non hanno nessuna capacità di vedere lontano, di vedere il quadro generale delle cose. Ci fanno imparare a memoria i nomi delle città, ma non ci mostrano la loro posizione sulla mappa, dicevi. Così, ci congedano all’età adulta con in mano una manciata di nomi di cui non sappiamo cosa farcene e, nella migliore delle ipotesi, ci arrovelliamo per il resto della vita a capire se è davvero importante andare in quei luoghi, oppure sono solo esempi di qualcosa che non riusciremo mai a comprendere.

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