Prospettive

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«I paesaggi dell’India: indimenticabili. Scorci di rara bellezza, foreste, paludi, pianure sterminate; e poi città immense, brulicanti di vita, tutto sfumato nella polvere che alzano certi vecchi vapori arrugginiti: una cosa da non crederci. Qualche volta la sorpresa di paesaggi alpini e poi la certezza di templi indù e buddisti. La pacata indolenza dei Baba assorbiti dall’incresparsi delle onde del fiume sacro. E poi ancora relitti di navi che si arrugginiscono sulla costa nell’attesa di mani e braccia nodose esperte nell’arte della demolizione. Dallo spazio di un finestrino scorre il mondo intero, se si ha l’occhio allenato. Dal treno l’India è l’estasi del divenire».
Il mio compagno di viaggio aveva voglia di parlare. Da quando era salito dalle parti di Madras non aveva fatto altro che dipingere con le parole certe immagini fin troppo oleografiche dell’India. Era un ometto piccolo e grassoccio con una pelle troppo chiara per il sole tropicale. Infatti, anche al riparo nella carrozza, aveva preferito un sedile lontano dal finestrino, ben al riparo dal sole del mezzogiorno. Doveva aver percorso buona parte dei vagoni della seconda classe prima di imbattersi in un altro occidentale, e quando mi aveva visto aveva subito chiesto se c’era posto anche per lui nello scompartimento. «Sì», ammisi controvoglia, «siamo solo io e questa ragazza. Gli altri posti sono liberi».
L’ometto parlava quell’inglese pulito e razionale proprio di certi popoli del nord Europa e dimostrava una certa invadenza che mi mise subito sulla difensiva. Non ero tanto in vena di discorsi, tanto meno di considerazioni generali intorno al panorama che scorreva fuori dal finestrino. Mi limitai a rispondere urbanamente a certe sue domande di circostanza. Mi chiese da dove venivo, perché mi trovavo in India. La prima risposta fu piuttosto semplice: «sono italiano», dissi. Invece, non sapevo perché ero andato fino in India. Ci ero andato e basta. Qualche volta si sente solo il bisogno di viaggiare e allora si prepara un bagaglio leggero e ci si mette in moto, pensai. Ma non dissi niente: lasciai che il vento trascinasse fuori dal finestrino la domanda dell’uomo. Poi tacqui e mi misi a osservare la ragazza che stava proprio di fronte di me. Taceva anche lei. Fissava il terreno che scivolava via sotto la carrozza.
L’ometto non si arrendeva, aveva voglia di fare conversazione. «Io sono svedese. L’India è il viaggio della vita». Disse proprio così e rimase a osservarmi in silenzio con quei suoi occhietti piccoli e azzurri, aspettando che gli chiedessi cosa intendesse con “viaggio della vita”. Lo accontentai.
«Sono andato in pensione lo scorso autunno», spiegò, «ero un insegnante di inglese». Poi precisò che la sua grande passione era la letteratura, i suoi grandi maestri – disse proprio così – erano Kipling e Forster. Aggiunse che aveva sognato per anni di regalarsi per la pensione un viaggio in India.
«Perché grandi maestri?», domandai, «lei scrive?»
Sembrò felice della mia domanda. Sorrise, poi si piegò leggermente in avanti, aprì il bottone della camicia – adesso stava sudando copiosamente – disse: «Sono venuto qui in India proprio per il mio romanzo».
Annuii. L’omino riappoggiò la schiena al schienale e tirò fuori un fazzoletto dalla tasca per asciugare il sudore che gli colava sulle tempie, lungo il collo, che scivolava giù sul torace e gli inzuppava la camicia.
«Certo che non immaginavo tutto questo caldo», disse. «Dalle pagine dei libri non lo si immagina davvero un caldo così. Me ne dovrò ricordare».
Sorrisi. Quasi mi pentii di aver accolto con scarso entusiasmo l’uomo nello scompartimento. Ma anche se il mio era un viaggio con poche regole, e fra queste c’era l’intenzione di evitare altri occidentali, al quel punto mi sembrò il minimo cercare di tener viva la conversazione.
«In un certo senso anche io ho preso questo treno per colpa della letteratura», dissi.
L’uomo sembrò incuriosito. Si stava facendo aria sventolando il cappello. Da come mi guardò capii che voleva che andassi avanti a raccontare la mia storia.
«Oh. È una cosa sciocca», ammisi.
«No. Mi dica, da appassionato di letteratura vorrei sapere».
«Trovo che non ci sia un luogo migliore di un treno per raccogliere storie».
«Anche lei è uno scrittore!», esclamò soddisfatto.
«No.», dissi, «Le storie le raccolgo con questa». Tirai fuori dallo zaino la macchina fotografica e la mostrai all’uomo. «Mi piace leggere il viaggio sul volto degli altri», aggiunsi.
«Bella frase. È sua?»
«No», dissi, «appartiene già alla letteratura».
«Peccato», disse l’uomo, «gliela avrei volentieri chiesta in prestito per il mio romanzo».

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Le parole che ripeto

 

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   Veneto, Italia, linee, fossi, la campagna, la città di Rovigo, la parola photo, photography. Nital, la parola è Nital, no è Italy, no è Nikonitalia, è rimasto qualcosa negli occhi, un’altra parola: Feltrinelli. I libri, Morelli! Che racconti scrittore cane! I libri! Perché tra i molti libri di fotografia ci sarai rimasto! Del resto sarai tra i ricordi, si disse, ti sembra di vedere la realtà perché qualcosa resta. Pare un racconto di Cortázar o di Antonio Tabucchi, letteratura così. Un quadro, una fotografia, e sembra di poter vedere la realtà stessa perché ne resta l’immagine nella mente. Poi una finestra sul mare, le onde al tramonto, il canto del vento tra le parole di un libro: allora sarà così la morte?

 

(un breve racconto ispirato dalle parole che ho usato spesso nei post che pubblico su Facebook. L’immagine è stata ottenuta con l’app Quizzstar.com)

 

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  È uno scorcio privo di turisti: troppo obbedienti alle guide per perdersi nel labirinto di possibilità che offre la città. È un luogo caro soltanto ai residenti o agli spiriti anarchici, agli amanti di un regno di muri umidi e scrostati e di barche trascinate in secca e lasciate a marcire alla salsedine. E poi è estate, non si può non riconoscerla: lo dicono le maniche della camicia dell’uomo, arrotolate all’altezza dei gomiti, e gli occhiali da sole della donna, le sue braccia nude e abbronzate, il vestitino azzurro di cotone leggero. E devono essere le due o le tre di un pomeriggio di settembre – bisognerebbe saper interpretare le ombre distese sul lastricato per esserne certi – ma adesso giugno luglio agosto o settembre è lo stesso, non importa più.
Tutto è immobile. Solo i rami dell’albero alle spalle della donna, cortesemente inclinati da un lato, suggeriscono un alito di brezza marina sfuggito all’intrico di vicoli della città vecchia e approdato qui, in questo spazio sonnolento. La donna ha appena gridato «Sei un verme» o qualcosa del genere; è questo il germe di cristallizzazione. Il candore dei denti risplende nella luce pomeridiana. La testa è ancora protesa in avanti, i lineamenti del viso raccontano una storia di dolore compresso e profondo rancore. Ma il tempo ha già ingoiato le parole; è rimasto solo il rancore, lo si intuisce dalla bocca ancora spalancata sull’ultima sillaba. Ce l’ha con l’uomo che le sta di fronte, l’uomo su cui non si può che speculare: solo l’albero e la donna conoscono il suo volto, da qui non si vede che la schiena. Pertanto è naturale procedere secondo luoghi comuni: l’uomo è un traditore, già lo si immagina a letto con un’altra donna, un’amante di lunga data probabilmente; oppure è il contrario, l’amante è questa donna e le ha appena detto che non lascerà la moglie e i figli per lei. Dalla schiena leggermente ricurva si direbbe un uomo riservato. «I bambini, capisci?» Dev’essersi giustificato così, deve averlo detto a denti stretti, quasi sussurrato per non farsi sentire. È tutto così semplice. Si direbbe banale, prevedibile. Com’è prevedibile l’azione successiva della donna: si volterà, andrà via a testa bassa se vinceranno le lacrime, a testa alta se vincerà l’orgoglio (le lacrime arriveranno lo stesso, più tardi). E anche la successiva reazione dell’uomo sarà ancora una volta prevedibile.
Ma adesso non si può dire davvero, non si può dire nulla. Adesso c’è solo la schiena di un uomo, le spalle basse e la nuca rassegnata al sole. Bisognerebbe essere l’albero o la donna per conoscere qualcosa di più su questa storia. Almeno le espressioni sul volto dell’uomo, per non descriverlo soltanto come un manichino inquietante. Ma in fondo che importa? Che importa ciò che è successo? Forse quello che conta è soltanto la donna, l’eterna sillaba fissata sulla sua bocca, e quei denti bianchi che già accolgono il futuro, perché sa che l’uomo non la seguirà, non la tratterrà – non lo farà perché lui non ha mai fatto niente – è una bocca che sorride già di un riso liberatorio e consolante proprio nel momento in cui il passato, il presente e il futuro si sono condensati in un lampo di luce e tutto il resto è rimasto tagliato fuori dal riquadro della fotografia.

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Illustrazione di Marco Capra