Sul molo di Alcântara. Un dialogo immaginario.

 ad A.T.

  Morelli l’aspettava sul molo di Alcântara. Sapeva che si sarebbero incontrati là dove la terra finisce e comincia l’acqua, quando il sole è già tramontato da un pezzo, all’ora dei fantasmi. Se fosse stato necessario l’avrebbe aspettato anche sotto al sole che dardeggiava, ma sapeva che lo Scrittore non si sarebbe presentato prima della mezzanotte; per cui aveva trascorso l’intera giornata a passeggiare per la Lisbona che aveva imparato a conoscere attraverso i Suoi libri. E lì, su quella striscia di terra artificiale, Morelli non poté fare a meno di pensare che quel molo era un luogo «eventuale», ossia un luogo in cui sarebbe avvenuto qualcosa, ma di questo non aveva certezza.
La mezzanotte era passata da dieci minuti. Morelli si era seduto su una panchina, taceva e guardava lontano. L’uomo che stava aspettando aveva scritto che molti a Lisbona fanno così: sostano su queste sedie pubbliche, tacciono, fissano la linea dell’orizzonte. Praticano la morte per saudade, un atteggiamento che si può anche imparare se uno ha buona volontà. Morelli si chiese se fosse possibile anche per lui, che apparteneva a una cultura diversa, una cultura che non prevedeva la saudade, imparare quell’atteggiamento. In italiano quella parola non aveva una vera e propria traduzione; e le parole che non possono essere tradotte fedelmente forse non possono essere comprese fino in fondo neanche se ci si allena, pensò Morelli. Poi si ricordò che sempre lo Scrittore aveva detto che in italiano il termine perfetto per descrivere la saudade era il disìo dantesco, un termine quasi dimenticato, ma più appropriato di quello moderno: nostalgia. Morelli concluse che la saudade è anche un’arte di evocazione perché reca con sé il desiderio di ritrovare chi è lontano. Tuttavia trovò che starsene lì seduto su quella panchina, di notte, a praticare la saudade, era piuttosto un buon modo per evocare il sonno. Continua a leggere

La collina

A Hemingway
Did you ever see Piedmontese hills?
They are brown, yellow and dusty, sometimes «green»…
You’ld like them.
Yours C. P.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere

Questo testo è debitore di un racconto, di un poeta e di uno scrittore fittizio frutto della fantasia di uno scrittore autentico.

1.

  Era una fotografia in bianco e nero di Torino di notte. Morelli l’aveva trovata consultando un libro sulla storia della città, presso la Biblioteca Nazionale. Non era nulla di speciale: si intravedevano soltanto alcune sagome di palazzine, anzi, le si intuiva soltanto dal profilo dei comignoli sui tetti. Ciò che aveva attirato l’attenzione di Morelli era la luce: gli edifici non erano rischiarati dall’illuminazione pubblica (sarebbero stati illuminati dal basso) erano piuttosto rischiarati da una luce che proveniva dall’alto, originata da linee chiare, sottili e curve, che a Morelli ricordavano le stelle filanti o i capelli d’angelo. Le linee sembravano nascere dagli edifici stessi e si proiettavano nel cielo nero. Sembravano fuochi d’artificio: la fotografia poteva essere stata scattata la notte di San Giovanni di qualche decennio fa. È quello che pensò Morelli, a un primo sguardo. Poi, guardando meglio, notò la minuscola didascalia sotto la foto: 6 settembre 1940. Non si trattava della festa patronale, allora, era l’istantanea di un bombardamento, e le linee chiare dovevano essere i proiettili traccianti della contraerea.
A Morelli venne in mente La casa in collina di Cesare Pavese. Quella fotografia l’aveva trasportato sulla collina, durante la guerra, di fronte a una Torino bombardata, con gli occhi pieni del desiderio che finisse quel massacro, che tutto tornasse alla normalità. Continua a leggere

Un rettangolo di cielo in via Barbaroux.

Breve premessa alla lettura: Questo brano è il mio contributo per il contest “Torino è casa nostra:la città raccontata da voi” proposto dal quotidiano La Stampa e ispirato al libro di Giuseppe Culicchia “Torino è casa nostra” (Laterza 2015). L’idea di raccontare un angolo della città descrivendolo come se fosse la stanza di una casa è ispirata al libro “Torino è casa mia” sempre di Giuseppe Culicchia (Laterza 2005). In tale libro Via Barbaroux era la cantina, e via Roma il corridoio.  

Il luogo è lo stesso, ma ognuno ci trova cose diverse; del resto ogni abitante di questa città, per ciascun luogo, ha una propria idea in testa. Così, per quanto mi riguarda, nel gioco di trasfigurare Torino in una casa, via Barbaroux non è la cantina, ma il corridoio. E che non si dica che via Roma o qualche altra via dello shopping, o struscio, o delle «vasche», sia più adatta di via Barbaroux a rappresentare il corridoio. Torino è anche casa mia, no? E allora via Barbaroux è il corridoio del mio appartamento, pardon, visto che si tratta di Torino: del mio «alloggio». Dopotutto via Barbaroux ha le caratteristiche fondamentali di un corridoio: è lunga, è diritta come un confine di Stato tracciato nel Sahara e la si può percorrere per sbirciare quello che succede nelle stanze, pardon, nelle vie e nelle piazze vicine senza doverci per forza entrare. E poi, come in tutti i corridoi che si rispettino, si ha la possibilità di sentire suoni e odori provenienti dalle vie e dalle piazze vicine, e talvolta incuriosirsi e svoltare in improvvisamente proprio nella direzione da cui provengono i suddetti odori e suoni che hanno attirato la nostra attenzione. Va detto che tendenzialmente solo gli odori gradevoli e i suoni altrettanto piacevoli attirano l’attenzione del passante tanto da spingerlo a cambiare direzione e incuriosirsi e avvicinarsi alla fonte di tali odori e suoni. Continua a leggere

Una lettera senza indirizzo del destinatario.

Te la ricordi l’università a Berlino? Ti ricordi che silenzio nel giardino interno dell’Hauptgebäude? Ti dissi che sarebbe stato splendido studiare in un posto del genere, seduti sulle panchine di marmo, con il libro sulle ginocchia, nel rinfresco degli alberi. Era bello anche solo starsene lì a mangiare i nostri panini al salame. Ti dissi che non mi meravigliavo che in un posto così gli studenti avessero più stimoli di noi per studiare. Mi dicesti che non era vero, che a noi sembrava tanto speciale soltanto perché eravamo abituati a un casermone di cemento, dicesti che l’aspetto esteriore non contava nulla. Mi dicesti che avresti perso la passione per lo studio anche se avessi frequentato un posto del genere. Non dipendeva dall’università, affermasti, quanto dalla stanchezza di assorbire nozioni da miopi della vita. Li chiamavi miopi della vita, i professori, perché sostenevi che sono in grado di mettere a fuoco solo ciò che hanno sotto il naso e non hanno nessuna capacità di vedere lontano, di vedere il quadro generale delle cose. Ci fanno imparare a memoria i nomi delle città, ma non ci mostrano la loro posizione sulla mappa, dicevi. Così, ci congedano all’età adulta con in mano una manciata di nomi di cui non sappiamo cosa farcene e, nella migliore delle ipotesi, ci arrovelliamo per il resto della vita a capire se è davvero importante andare in quei luoghi, oppure sono solo esempi di qualcosa che non riusciremo mai a comprendere.

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Piccolo inferno di campagna.

Quando si era seduto al posto del cuscino lo aveva fatto per cercare con la schiena il rinfresco della parete. Per ore si era rivoltato nel letto per trovare una posizione. Di tanto in tanto era anche riuscito ad addormentarsi, ma non era durata molto. Le lenzuola impregnate di sudore gli si appiccicavano alla schiena nuda e quando si girava a pancia in giù si incollavano al petto e al ventre. Aveva la sensazione di perdere liquidi anche da porzioni di pelle che non credeva potessero sudare. I gomiti ad esempio: non ricordava di aver mai sudato dai gomiti. Gli sembrava che tutto il letto fosse una pozzanghera, e lui un foglio di giornale che vi galleggiava proprio nel mezzo. Non provava sollievo nemmeno con la finestra spalancata e il ventilatore acceso. Quest’ultimo poi, era un ferrovecchio che ronzava come una mosca intrappolata in un bicchiere. Un rumore da corrodere i nervi, ecco cosa faceva. Gli veniva da piangere, allora. Non aveva senso anche di notte, un caldo così. Continua a leggere

Cose che diamo per scontate.

τῷ οὖν τόξῳ ὄνομα βίος, ἔργονδὲ θάνατος

«dell’arco, invero, il nome è vita, ma l’opera è morte».

Eraclito di Efeso

Il tiratore con l’arco,
nell’atto di tendere la corda e fissare il bersaglio,
ascolta il battito del cuore,
che è una cosa che non si fa mai,
ascoltare il battito del proprio cuore.

A.S.

marzo 2015

Sotto la pioggia

Il treno avanzava sotto la pioggia. Dal finestrino vedevo le luci di un paesino di campagna, tenui e tremolanti nell’alba. Il mio compagno di viaggio aveva il volto scomposto di chi non è abituato a dormire senza il conforto del proprio letto. Quando riprese coscienza di sé, dello scompartimento del treno e del fatto che stesse piovendo, mi chiese: Dove siamo? Non ne ho idea, risposi, da qualche parte nel basso Piemonte, tra un’ora saremo a Torino. Grazie, disse, poi si alzò per uscire nel corridoio a sgranchirsi le gambe. Doveva aver dormito male; lo si capiva da come aveva teso la schiena ad arco e da come aveva accompagnato il gesto puntellandosi con le braccia piegate. I servizi? Sa per caso dove sono i servizi?, mi chiese. In fondo a destra, risposi, tra questa carrozza e la prossima. La strada per il bagno la conoscevo a memoria per via della mia insonnia da viaggio. Non riesco a dormire quando sono in viaggio, e ancor meno quando viaggio in treno, per via dello sferragliare delle ruote sui binari. Avevo approfittato due o tre volte del bagno durante la notte; mi ci ero nascosto per fumare, anche se è proibito, ma avevo proprio voglia di fumare per calmare i nervi e non erano previste fermate in tutta la notte. Non era stato solo lo sferragliare ossessivo delle ruote a tenermi sveglio: era per via di un’emozione lontana che credevo di aver superato per sempre. Si era manifestata già alla partenza. Riguardava l’ultima volta che ero stato a Torino. Continua a leggere