Istruzioni per un cronopio

In memoriam J.C.

Avresti potuto incontrarlo dalle parti del Jardin des Plantes intento a fissare gli acquari con occhi d’oro da axolotl. Oppure, se avessi vagato a caso per la città, non ti saresti sorpreso di incrociare quella sua figura alta e slanciata sul Pont des Arts, qualche volta muovendosi da una parte all’altra, qualche volta ferma contro la ringhiera di ferro, china sull’acqua. Se ti fossi avvicinato per un saluto, ti avrebbe invitato a bere del mate, e magari ti avrebbe fatto salire su Fafner – drago rosso fiammante – e sareste partiti assieme per un viaggio premio verso un luogo chiamato Saignon. Con lui il tempo e la distanza sarebbero stati come gli orologi liquefatti di Dalí: avreste percorso insieme un anello di Möbius lungo il quale anche due epoche apparentemente inconciliabili diventano la stessa, come del resto tutti i fuochi il fuoco. E allora non avrebbe avuto alcuna importanza che tu fossi nato quando lui già riposava a Montparnasse: vi sareste incontrati nella continuità tra chi scrive le parole e chi le legge. Lui sarebbe stato lì ad aspettarti, accucciato come uno dei suoi gatti, e tu prima dall’altra parte e poi da quella sua stessa parte; la parte delle letteratura s’intende. E in un bel momento, magari con un disco di Charlie Parker in sottofondo, avrebbe tirato fuori dalla tasca un caleidoscopio e vedendoti saltellare sul posto per la gioia avrebbe riconosciuto in te un irriducibile cronopio che a quel punto ci sarebbe rimasto male se nel mettere la mano in tasca in cerca della chiave di casa si fosse invece trovato in mano una scatola di fiammiferi. «È la prova che il mondo si è spostato di colpo», avrebbe detto. E così ti avrebbe rivelato che dietro uno scenario provenzale assolutamente Paolo Uccello può nascondersi una Rue di Parigi e, incredibilmente, svoltato un angolo, una Plaza di Buenos Aires e poi una Street di Londra e poi ancora una Strasse di Vienna…

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Julio Cortázar (Bruxelles, 26 agosto 1914 – Parigi 12 febbraio 1984)

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Sul molo di Alcântara. Un dialogo immaginario.

 ad A.T.

  Morelli l’aspettava sul molo di Alcântara. Sapeva che si sarebbero incontrati là dove la terra finisce e comincia l’acqua, quando il sole è già tramontato da un pezzo, all’ora dei fantasmi. Se fosse stato necessario l’avrebbe aspettato anche sotto al sole che dardeggiava, ma sapeva che lo Scrittore non si sarebbe presentato prima della mezzanotte; per cui aveva trascorso l’intera giornata a passeggiare per la Lisbona che aveva imparato a conoscere attraverso i Suoi libri. E lì, su quella striscia di terra artificiale, Morelli non poté fare a meno di pensare che quel molo era un luogo «eventuale», ossia un luogo in cui sarebbe avvenuto qualcosa, ma di questo non aveva certezza.
La mezzanotte era passata da dieci minuti. Morelli si era seduto su una panchina, taceva e guardava lontano. L’uomo che stava aspettando aveva scritto che molti a Lisbona fanno così: sostano su queste sedie pubbliche, tacciono, fissano la linea dell’orizzonte. Praticano la morte per saudade, un atteggiamento che si può anche imparare se uno ha buona volontà. Morelli si chiese se fosse possibile anche per lui, che apparteneva a una cultura diversa, una cultura che non prevedeva la saudade, imparare quell’atteggiamento. In italiano quella parola non aveva una vera e propria traduzione; e le parole che non possono essere tradotte fedelmente forse non possono essere comprese fino in fondo neanche se ci si allena, pensò Morelli. Poi si ricordò che sempre lo Scrittore aveva detto che in italiano il termine perfetto per descrivere la saudade era il disìo dantesco, un termine quasi dimenticato, ma più appropriato di quello moderno: nostalgia. Morelli concluse che la saudade è anche un’arte di evocazione perché reca con sé il desiderio di ritrovare chi è lontano. Tuttavia trovò che starsene lì seduto su quella panchina, di notte, a praticare la saudade, era piuttosto un buon modo per evocare il sonno. Continua a leggere

La collina

A Hemingway
Did you ever see Piedmontese hills?
They are brown, yellow and dusty, sometimes «green»…
You’ld like them.
Yours C. P.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere

Questo testo è debitore di un racconto, di un poeta e di uno scrittore fittizio frutto della fantasia di uno scrittore autentico.

1.

  Era una fotografia in bianco e nero di Torino di notte. Morelli l’aveva trovata consultando un libro sulla storia della città, presso la Biblioteca Nazionale. Non era nulla di speciale: si intravedevano soltanto alcune sagome di palazzine, anzi, le si intuiva soltanto dal profilo dei comignoli sui tetti. Ciò che aveva attirato l’attenzione di Morelli era la luce: gli edifici non erano rischiarati dall’illuminazione pubblica (sarebbero stati illuminati dal basso) erano piuttosto rischiarati da una luce che proveniva dall’alto, originata da linee chiare, sottili e curve, che a Morelli ricordavano le stelle filanti o i capelli d’angelo. Le linee sembravano nascere dagli edifici stessi e si proiettavano nel cielo nero. Sembravano fuochi d’artificio: la fotografia poteva essere stata scattata la notte di San Giovanni di qualche decennio fa. È quello che pensò Morelli, a un primo sguardo. Poi, guardando meglio, notò la minuscola didascalia sotto la foto: 6 settembre 1940. Non si trattava della festa patronale, allora, era l’istantanea di un bombardamento, e le linee chiare dovevano essere i proiettili traccianti della contraerea.
A Morelli venne in mente La casa in collina di Cesare Pavese. Quella fotografia l’aveva trasportato sulla collina, durante la guerra, di fronte a una Torino bombardata, con gli occhi pieni del desiderio che finisse quel massacro, che tutto tornasse alla normalità. Continua a leggere