Ogni qualvolta che nell’anima mia umido e piovigginoso s’instaura novembre

È così che comincia: da “io” a “noi”. Del resto questa è una storia che riguarda tutti: prima o poi a chiunque è capitato di provare questo desiderio di dedicarsi completamente a qualcosa. Per questo vorremmo mollare tutto e abbandonarci all’idea di una vita nuova, completamente consacrata alle nostre passioni.

Capita un giorno che scopri di non essere tagliato per andare verso la vita che la gente vede per te. Ti senti come se qualcuno ti abbia cucito addosso un abito troppo stretto. Vorresti semplicemente sentire l’aria sulla pelle, come quando arriva l’estate e ti dimentichi delle maniche lunghe, dei pruriti della lana sul collo e delle dita fredde e violacee che sembrano non appartenere nemmeno più al tuo corpo, ma soltanto all’inverno che hai intorno. Capita così, dicevo: un giorno avverti la calma di vento in mezzo al vento, la bonaccia dell’anima: tutto si agita attorno, mentre tu ti ritrovi intrappolato in un oceano piatto e vischioso, in una maledizione da vecchio marinaio. Non lo sai ancora, ma in quel momento scatta un timer che conta i mesi, le settimane, le ore, i minuti e i secondi che mancano al momento in cui decidi di dire basta, stop, ne ho abbastanza. A me è capitato al mio trentesimo compleanno, quando un collega di lavoro ha sollevato in aria la sua tazzina di caffè e ha esclamato: «Agli anni, quanti anni?» e io, sorpreso da quell’inaspettata celebrazione, ho risposto «trenta», e lui, con un terribile occhiolino ha ribattuto: «sei ancora giovane». Ancora giovane per cosa?, mi domandai allora. Ero ancora giovane per combinare qualcosa di autenticamente mio, forse? Da quel momento ho cominciato a chiedermelo sempre più spesso, è diventata un’ossessione. Certo, mi rendo conto che a raccontarla così potrebbe sembrare un’epifania fin troppo stucchevole, proprio una caduta da cavallo rivelatoria. No, devo ammetterlo: non è filata così liscia. Da tempo avvertivo qualcosa nell’animo: erano presenze simili a parole che non riuscivo a decifrare, come frasi pronunciate in una lingua antica e dimenticata. Poi, con il tempo, ho imparato a coglierne il significato, tuttavia pareva non coincidere con nessun significante. Lo scollamento tra quello che sentivo e quello che era la mia realtà si faceva sempre più netto: una vera e propria frattura. «Allora la tua sventura è il tempo», diceva il babbo a casa, «ma consolati, è normale, è la sventura di tutti noi: pensi di essere l’unico a sentirsi inesorabilmente trascinato dalla corrente? Guarda me, per esempio: credi che non pensi mai a quanto tempo mi rimane?» Devo ammettere che quel passaggio dall’io al noi mi ha scosso: per un po’ ho tirato avanti cercando di ignorare la voce interiore che diceva di lasciarmi andare. Ma infine ho ceduto: ero stanco di quell’istinto di conservazione, detestavo anche l’atteggiamento rinunciatario che traspariva dalle parole del babbo. Il tempo è la sventura di noi tutti, è vero, ma è altrettanto vero e terribile lasciarsi trascinare a largo dalla corrente senza lottare. Allora ho preso la decisione: ho mollato gli ormeggi, ho preso in mano i remi – ognuno la dica come vuole – mi sono licenziato e ho cominciato a dedicarmi soltanto a ciò che trovavo adatto per me. Per prima cosa, una volta libero dalle incombenze di una routine in cui non mi riconoscevo più, ho deciso di partire per un lungo viaggio: ho preso una nave e sono andato a vedere quella parte di mondo che per anni ho potuto soltanto sognare attraverso i libri. Ho fatto il mozzo su una nave cargo, ho viaggiato così, al servizio della nuova vita e di un capitano piccolo e glabro che non aveva niente a che fare con l’epica marinara che mi aveva sempre affascinato: pareva un impiegatino prestato alla marineria; più attento al carico che alle meraviglie del mare. La sera, in mensa, non faceva altro che parlare dei soldi che gli doveva ancora l’armatore, ma tant’è.
All’inizio la trovavo terribile e meravigliosa, questa vita quotidiana sulla nave. Per gran parte del tempo si trattava di lavorare duro, di provare la sera un pizzicore ai muscoli delle braccia e delle gambe e una stanchezza che non avevo mai provato in vita mia; ma quando mi ritiravo in cabina, disteso sul mio lettino, con un buon romanzo appoggiato alle gambe e l’infinito appena fuori dall’oblò, mi pareva già di essere di nuovo in forze. Ma lo ammetto: qualche notte su quel letto non sono riuscito a chiudere occhio. Qualche notte mi sono sentito colpevole per aver abbandonato una vita quieta e serena per l’ignoto. Mi inquietava il pensiero di essermi abbandonato a quel linguaggio antico, a quelle parole che tardavano a trovare il proprio significante. Se avessi capito male?, mi domandavo. Se quella voce interiore non fosse autenticamente mia, ma appartenesse soltanto a tutte le storie che avevo letto e sentito nella mia vita? Se stessi soltanto inseguendo il canto di una sirena? No, cercavo di convincermi: non stai seguendo alcun canto di sirena, adesso stai ancora imparando a manovrare il timone, abbi pazienza. E poi, in generale, come può un uomo essere colpevole?, mi dicevo. Come può essere ritenuto colpevole un uomo che insegue una sirena? Non può, davvero: quale giudice lo condannerebbe per aver ceduto a una voce così irresistibile? Lo condannerebbe la vita, forse, ma quell’uomo agli occhi di Dio sarebbe lo stesso innocente. È così che ho superato i primi timori, è così che li superiamo tutti noi che abbiamo provato almeno una volta a metterci in gioco. E poi ho pensato: come tutte le cose bisogna assaggiarne tutti i lati per comprenderle, no? Ci vuole un certo dosaggio, fra solitudine e folla, per capire se si è tagliati per l’eremitaggio o si preferisce Times Square all’ora di punta. Di solito tutto si risolve in situazioni intermedie, che sono le più giuste, ma credo che si debba tener conto degli estremi per essere sicuri della direzione in cui si sta andando. Questo l’ho capito sempre col tempo: ho guadato un lungo fiume e ho i piedi bagnati dalle esperienze per dirlo.
Ecco, a proposito, la prossima volta chiedi di me. Se capiti di nuovo in questo bar per bere perché ti pare ti sia incastrata l’ancora da qualche parte e non sai come ripartire, chiedi di me. Conosco un sacco di storie come questa. Alcune sono davvero belline, delle vere medicine. Certo, forse qualche volta già un po’ sentite, sembrano proprio dei racconti imbevuti di parole altrui. A molti non piacciono. Ma quando trovo uno come te, attacco a raccontare sempre volentieri perché so che sono storie che servono a qualcosa. Però attento! Le mie storie sono come tutta la letteratura: per un cuore che non sa ascoltare, rimangono soltanto una cantilenante accozzaglia di belle parole.


Ogni primo del mese, da poco più di un anno a questa parte Maria, blogger di Scratchbook, pubblica la sua newsletter scegliendo come titolo una citazione estratta da un libro. Mi sono divertito a giocare con queste citazioni e ne ho tirato fuori un racconto che ha un po’ il sapore della lettura che mi ha accompagnato negli ultimi due mesi: Moby Dick. Pertanto, mi è sembrato naturale scegliere come titolo una celeberrima citazione tratta da quel meraviglioso incipit che ci ha regalato Melville (qui nella traduzione di Alessandro Ceni per Feltrinelli).

PS: le citazioni che ho utilizzato le ho riportate qui sotto: provate a indovinare da quali libri sono tratte!

  • «Una cantilenante accozzaglia di belle parole»
  • «La calma di vento in mezzo al vento»
  • «È così che comincia: da ‘io’ a ‘noi’»
  • «Agli anni, quanti anni?»
  • «La prossima volta chiedi di me»
  • «Verso la vita che la gente vede»
  • «La trovavo terribile e meravigliosa, questa vita quotidiana»
  • «Erano presenze simili a parole»
  • «Ci vuole un certo dosaggio, fra solitudine e folla»
  • «E poi, in generale, come può un uomo essere colpevole?»
  • «Ho guadato un lungo fiume e ho i piedi bagnati»
  • «Allora la tua sventura è il tempo, diceva il babbo»
  • «Questo desiderio di dedicarsi completamente a qualcosa»

 

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Sogno di un lussurioso

La notte dell’otto aprile, incapace di trovare una valvola di sfogo ai suoi desideri, D inghiottì sedativi. Presto piombò in una selva oscura, dove incontrò un grosso gatto ossuto sdraiato sulla strada e morente. A D parve che quegli occhi ferini stessero puntando il suo sternocleidomastoideo come ultimo desiderio vitale. Il ruggito di dolore che lanciò la bestia risuonò nelle orecchie di D come la voce stessa della voluttà. A veder la lince ridotta così, ormai ombra dell’animale gargantuesco che doveva essere stata un tempo, D provò pietà. Cercò un sasso o un bastone abbastanza robusto per finirla, ma là attorno raccolse soltanto pomici e rami marci, testimoni di un mondo che gli si sfaldava fra le mani. Rinunciò e decise di proseguire. Se si fosse fermato ancora avrebbe finito per intuarsi, si disse, per provare la stessa insaziabile brama di carne della lince ferita.
Riprese il cammino e più avanti incontrò un orrido profondo e oscuro, stretto come un capillare, che penetrava le viscere del mondo come un foro di proiettile. Al limite del baratro non gli riuscì di trattenere il brivido: l’adrenalina gli pizzicava cuore e polmoni quando si lasciò andare all’oscurità. Nella caduta udì il mugghiare di un mare in tempesta e si ritrovò a surfare tra onde piene di corpi umani incapaci di sottomettere gli istinti alla ragione. Lo terrorizzò riconoscere tra quei corpi intrecciati la riproduzione infinita di se stesso. Chiuse gli occhi e urlò tutte le preghiere che conosceva. Non servirono a nulla; lo consolò soltanto il ricordo della simmetria e delle regole del cosmo: la terra smossa per formare il pozzo genera altrove la montagna. Aggrappato a quel pensiero riaprì gli occhi per rivedere la sua stanza nella luce del mattino.

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William Blake, La Divina Commedia, illustrazione del Canto V dell’inferno 

 

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f/16, 1/125

  È uno scorcio privo di turisti: troppo obbedienti alle guide per perdersi nel labirinto di possibilità che offre la città. È un luogo caro soltanto ai residenti o agli spiriti anarchici, agli amanti di un regno di muri umidi e scrostati e di barche trascinate in secca e lasciate a marcire alla salsedine. E poi è estate, non si può non riconoscerla: lo dicono le maniche della camicia dell’uomo, arrotolate all’altezza dei gomiti, e gli occhiali da sole della donna, le sue braccia nude e abbronzate, il vestitino azzurro di cotone leggero. E devono essere le due o le tre di un pomeriggio di settembre – bisognerebbe saper interpretare le ombre distese sul lastricato per esserne certi – ma adesso giugno luglio agosto o settembre è lo stesso, non importa più.
Tutto è immobile. Solo i rami dell’albero alle spalle della donna, cortesemente inclinati da un lato, suggeriscono un alito di brezza marina sfuggito all’intrico di vicoli della città vecchia e approdato qui, in questo spazio sonnolento. La donna ha appena gridato «Sei un verme» o qualcosa del genere; è questo il germe di cristallizzazione. Il candore dei denti risplende nella luce pomeridiana. La testa è ancora protesa in avanti, i lineamenti del viso raccontano una storia di dolore compresso e profondo rancore. Ma il tempo ha già ingoiato le parole; è rimasto solo il rancore, lo si intuisce dalla bocca ancora spalancata sull’ultima sillaba. Ce l’ha con l’uomo che le sta di fronte, l’uomo su cui non si può che speculare: solo l’albero e la donna conoscono il suo volto, da qui non si vede che la schiena. Pertanto è naturale procedere secondo luoghi comuni: l’uomo è un traditore, già lo si immagina a letto con un’altra donna, un’amante di lunga data probabilmente; oppure è il contrario, l’amante è questa donna e le ha appena detto che non lascerà la moglie e i figli per lei. Dalla schiena leggermente ricurva si direbbe un uomo riservato. «I bambini, capisci?» Dev’essersi giustificato così, deve averlo detto a denti stretti, quasi sussurrato per non farsi sentire. È tutto così semplice. Si direbbe banale, prevedibile. Com’è prevedibile l’azione successiva della donna: si volterà, andrà via a testa bassa se vinceranno le lacrime, a testa alta se vincerà l’orgoglio (le lacrime arriveranno lo stesso, più tardi). E anche la successiva reazione dell’uomo sarà ancora una volta prevedibile.
Ma adesso non si può dire davvero, non si può dire nulla. Adesso c’è solo la schiena di un uomo, le spalle basse e la nuca rassegnata al sole. Bisognerebbe essere l’albero o la donna per conoscere qualcosa di più su questa storia. Almeno le espressioni sul volto dell’uomo, per non descriverlo soltanto come un manichino inquietante. Ma in fondo che importa? Che importa ciò che è successo? Forse quello che conta è soltanto la donna, l’eterna sillaba fissata sulla sua bocca, e quei denti bianchi che già accolgono il futuro, perché sa che l’uomo non la seguirà, non la tratterrà – non lo farà perché lui non ha mai fatto niente – è una bocca che sorride già di un riso liberatorio e consolante proprio nel momento in cui il passato, il presente e il futuro si sono condensati in un lampo di luce e tutto il resto è rimasto tagliato fuori dal riquadro della fotografia.

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Illustrazione di Marco Capra

Il ripensamento

fiume

Photo By Teddy Kelley (unsplash.com)

Alla fine ha deciso: ha abbandonato l’abbraccio caldo delle coperte per inseguire il pensiero da notte fonda. Mentre elenca passi rapidi  lungo i portici di via Po, svelta nel sistemare un piede dopo l’altro con la ferma volontà di raggiungere presto il fiume, non bada alla propria immagine riflessa nelle vetrine. Del resto non le importa più dell’apparenza: fra poco non sarà più immagine, più riflesso, più niente. Sarà solo fredda statua di marmo e poi fango e alimento per pesci.
La sua è una fuga dal ripensamento che si cela dietro ogni ostacolo sulla sua strada. Anche per questo ha scelto la notte: è perfetta per via dei semafori lampeggianti che invitano ad attraversare e non intralciano mai con un rosso, ad esempio all’angolo con via San Massimo. Già altre volte un rallentamento, o l’obbligo di fermarsi del tutto, ha permesso al ripensamento di raggiungerla.
Anche quando sarà sul ponte, pensa, dovrà fare presto. Un’esitazione nel momento in cui dovrà alzare la gamba per scavalcare la balaustra potrebbe rovinare tutto. Immagina il ripensamento che l’agguanta per il polpaccio, la contrazione elettrica del muscolo, la consapevolezza che  dal momento in cui avrà compiuto il gesto non potrà mai più provare la sofferenza, ma neppure il suo contrario. Vuole essere già solo anima, non più corpo. La percezione fisica del dolore l’atterrisce, le impedisce di saltare. E allora accelera ancora il passo e vede già la collina e il disco azzurro della Gran Madre, ma abbassa lo sguardo per non pensare più alla concretezza di questa realtà di roccia e di granito.
Il ponte è deserto. Scavalca e si sporge dal bordo rimanendo aggrappata alla balaustra. Il ripensamento è in affanno dall’altro lato della strada e il fiume nero l’aspetta là sotto. Percepisce lo scorrere tumultuoso delle acque e ne indovina la direzione dal nitore della schiuma che scivola via in un rapida. Chiude gli occhi, deve ignorare il respiro affannoso del ripensamento che sta attraversando la strada, e abbandonarsi al salto nel vuoto; li riapre per contemplare il letto che l’accoglierà per sempre nelle sue lenzuola di tenebra e riflessi bianchi di spuma. Continua a leggere

Può un giovane di ieri parlare a un giovane d’oggi?

  Una fotografia, ancora una volta una fotografia. Morelli l’aveva ben impressa nelle rètine quell’immagine di due giovani innamorati uniti in un abbraccio senza tempo. Una fotografia, pensò Morelli, un istante muto imprigionato dalle pareti di un rettangolo che taglia e rifila la realtà. Ma è proprio così?, si chiese, è proprio vero che una fotografia è un istante muto? No, si disse, le fotografie non sono mute: le fotografie raccontano storie che vanno oltre i limiti imposti dalla loro geometria. Parlano a chi le sa ascoltare, pensò, le fotografie parlano a chi è pronto ad accogliere il loro messaggio: sono letteratura per immagine. E quella fotografia di due giovani innamorati degli anni Venti, una fotografia che già faceva intendere un grande amore, a guardarla bene raccontava qualcosa di più.
Morelli pensò che la fotografia da sola non bastava senza ciò che conosceva dei soggetti. Senza quelle informazioni i due sarebbero stati solo due giovani innamorati degli anni Venti. Proprio perché lui sapeva, in quella fotografia non vedeva soltanto l’amore. Quella fotografia gli diceva che la vita è passione, che la vita è combattere per le proprie idee. Ogni volta che andava a riguardarla, gli sembrava che le figure possedessero la forza per evadere dal rettangolo di carta e imporsi alla realtà. E allora quei due giovani iniziavano a muoversi, a sciogliere l’abbraccio e guardarsi attorno, a scoprire con i loro occhi il mondo nuovo – il mondo che per loro sarebbe stato un lontano futuro. Continua a leggere

Sul molo di Alcântara. Un dialogo immaginario.

 ad A.T.

  Morelli l’aspettava sul molo di Alcântara. Sapeva che si sarebbero incontrati là dove la terra finisce e comincia l’acqua, quando il sole è già tramontato da un pezzo, all’ora dei fantasmi. Se fosse stato necessario l’avrebbe aspettato anche sotto al sole che dardeggiava, ma sapeva che lo Scrittore non si sarebbe presentato prima della mezzanotte; per cui aveva trascorso l’intera giornata a passeggiare per la Lisbona che aveva imparato a conoscere attraverso i Suoi libri. E lì, su quella striscia di terra artificiale, Morelli non poté fare a meno di pensare che quel molo era un luogo «eventuale», ossia un luogo in cui sarebbe avvenuto qualcosa, ma di questo non aveva certezza.
La mezzanotte era passata da dieci minuti. Morelli si era seduto su una panchina, taceva e guardava lontano. L’uomo che stava aspettando aveva scritto che molti a Lisbona fanno così: sostano su queste sedie pubbliche, tacciono, fissano la linea dell’orizzonte. Praticano la morte per saudade, un atteggiamento che si può anche imparare se uno ha buona volontà. Morelli si chiese se fosse possibile anche per lui, che apparteneva a una cultura diversa, una cultura che non prevedeva la saudade, imparare quell’atteggiamento. In italiano quella parola non aveva una vera e propria traduzione; e le parole che non possono essere tradotte fedelmente forse non possono essere comprese fino in fondo neanche se ci si allena, pensò Morelli. Poi si ricordò che sempre lo Scrittore aveva detto che in italiano il termine perfetto per descrivere la saudade era il disìo dantesco, un termine quasi dimenticato, ma più appropriato di quello moderno: nostalgia. Morelli concluse che la saudade è anche un’arte di evocazione perché reca con sé il desiderio di ritrovare chi è lontano. Tuttavia trovò che starsene lì seduto su quella panchina, di notte, a praticare la saudade, era piuttosto un buon modo per evocare il sonno. Continua a leggere

La collina

A Hemingway
Did you ever see Piedmontese hills?
They are brown, yellow and dusty, sometimes «green»…
You’ld like them.
Yours C. P.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere

Questo testo è debitore di un racconto, di un poeta e di uno scrittore fittizio frutto della fantasia di uno scrittore autentico.

1.

  Era una fotografia in bianco e nero di Torino di notte. Morelli l’aveva trovata consultando un libro sulla storia della città, presso la Biblioteca Nazionale. Non era nulla di speciale: si intravedevano soltanto alcune sagome di palazzine, anzi, le si intuiva soltanto dal profilo dei comignoli sui tetti. Ciò che aveva attirato l’attenzione di Morelli era la luce: gli edifici non erano rischiarati dall’illuminazione pubblica (sarebbero stati illuminati dal basso) erano piuttosto rischiarati da una luce che proveniva dall’alto, originata da linee chiare, sottili e curve, che a Morelli ricordavano le stelle filanti o i capelli d’angelo. Le linee sembravano nascere dagli edifici stessi e si proiettavano nel cielo nero. Sembravano fuochi d’artificio: la fotografia poteva essere stata scattata la notte di San Giovanni di qualche decennio fa. È quello che pensò Morelli, a un primo sguardo. Poi, guardando meglio, notò la minuscola didascalia sotto la foto: 6 settembre 1940. Non si trattava della festa patronale, allora, era l’istantanea di un bombardamento, e le linee chiare dovevano essere i proiettili traccianti della contraerea.
A Morelli venne in mente La casa in collina di Cesare Pavese. Quella fotografia l’aveva trasportato sulla collina, durante la guerra, di fronte a una Torino bombardata, con gli occhi pieni del desiderio che finisse quel massacro, che tutto tornasse alla normalità. Continua a leggere

Una lettera senza indirizzo del destinatario.

Te la ricordi l’università a Berlino? Ti ricordi che silenzio nel giardino interno dell’Hauptgebäude? Ti dissi che sarebbe stato splendido studiare in un posto del genere, seduti sulle panchine di marmo, con il libro sulle ginocchia, nel rinfresco degli alberi. Era bello anche solo starsene lì a mangiare i nostri panini al salame. Ti dissi che non mi meravigliavo che in un posto così gli studenti avessero più stimoli di noi per studiare. Mi dicesti che non era vero, che a noi sembrava tanto speciale soltanto perché eravamo abituati a un casermone di cemento, dicesti che l’aspetto esteriore non contava nulla. Mi dicesti che avresti perso la passione per lo studio anche se avessi frequentato un posto del genere. Non dipendeva dall’università, affermasti, quanto dalla stanchezza di assorbire nozioni da miopi della vita. Li chiamavi miopi della vita, i professori, perché sostenevi che sono in grado di mettere a fuoco solo ciò che hanno sotto il naso e non hanno nessuna capacità di vedere lontano, di vedere il quadro generale delle cose. Ci fanno imparare a memoria i nomi delle città, ma non ci mostrano la loro posizione sulla mappa, dicevi. Così, ci congedano all’età adulta con in mano una manciata di nomi di cui non sappiamo cosa farcene e, nella migliore delle ipotesi, ci arrovelliamo per il resto della vita a capire se è davvero importante andare in quei luoghi, oppure sono solo esempi di qualcosa che non riusciremo mai a comprendere.

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Piccolo inferno di campagna.

Quando si era seduto al posto del cuscino lo aveva fatto per cercare con la schiena il rinfresco della parete. Per ore si era rivoltato nel letto per trovare una posizione. Di tanto in tanto era anche riuscito ad addormentarsi, ma non era durata molto. Le lenzuola impregnate di sudore gli si appiccicavano alla schiena nuda e quando si girava a pancia in giù si incollavano al petto e al ventre. Aveva la sensazione di perdere liquidi anche da porzioni di pelle che non credeva potessero sudare. I gomiti ad esempio: non ricordava di aver mai sudato dai gomiti. Gli sembrava che tutto il letto fosse una pozzanghera, e lui un foglio di giornale che vi galleggiava proprio nel mezzo. Non provava sollievo nemmeno con la finestra spalancata e il ventilatore acceso. Quest’ultimo poi, era un ferrovecchio che ronzava come una mosca intrappolata in un bicchiere. Un rumore da corrodere i nervi, ecco cosa faceva. Gli veniva da piangere, allora. Non aveva senso anche di notte, un caldo così. Continua a leggere

Sotto la pioggia

Il treno avanzava sotto la pioggia. Dal finestrino vedevo le luci di un paesino di campagna, tenui e tremolanti nell’alba. Il mio compagno di viaggio aveva il volto scomposto di chi non è abituato a dormire senza il conforto del proprio letto. Quando riprese coscienza di sé, dello scompartimento del treno e del fatto che stesse piovendo, mi chiese: Dove siamo? Non ne ho idea, risposi, da qualche parte nel basso Piemonte, tra un’ora saremo a Torino. Grazie, disse, poi si alzò per uscire nel corridoio a sgranchirsi le gambe. Doveva aver dormito male; lo si capiva da come aveva teso la schiena ad arco e da come aveva accompagnato il gesto puntellandosi con le braccia piegate. I servizi? Sa per caso dove sono i servizi?, mi chiese. In fondo a destra, risposi, tra questa carrozza e la prossima. La strada per il bagno la conoscevo a memoria per via della mia insonnia da viaggio. Non riesco a dormire quando sono in viaggio, e ancor meno quando viaggio in treno, per via dello sferragliare delle ruote sui binari. Avevo approfittato due o tre volte del bagno durante la notte; mi ci ero nascosto per fumare, anche se è proibito, ma avevo proprio voglia di fumare per calmare i nervi e non erano previste fermate in tutta la notte. Non era stato solo lo sferragliare ossessivo delle ruote a tenermi sveglio: era per via di un’emozione lontana che credevo di aver superato per sempre. Si era manifestata già alla partenza. Riguardava l’ultima volta che ero stato a Torino. Continua a leggere