Sogno di un lussurioso

La notte dell’otto aprile, incapace di trovare una valvola di sfogo ai suoi desideri, D inghiottì sedativi. Presto piombò in una selva oscura, dove incontrò un grosso gatto ossuto sdraiato sulla strada e morente. A D parve che quegli occhi ferini stessero puntando il suo sternocleidomastoideo come ultimo desiderio vitale. Il ruggito di dolore che lanciò la bestia risuonò nelle orecchie di D come la voce stessa della voluttà. A veder la lince ridotta così, ormai ombra dell’animale gargantuesco che doveva essere stata un tempo, D provò pietà. Cercò un sasso o un bastone abbastanza robusto per finirla, ma là attorno raccolse soltanto pomici e rami marci, testimoni di un mondo che gli si sfaldava fra le mani. Rinunciò e decise di proseguire. Se si fosse fermato ancora avrebbe finito per intuarsi, si disse, per provare la stessa insaziabile brama di carne della lince ferita.
Riprese il cammino e più avanti incontrò un orrido profondo e oscuro, stretto come un capillare, che penetrava le viscere del mondo come un foro di proiettile. Al limite del baratro non gli riuscì di trattenere il brivido: l’adrenalina gli pizzicava cuore e polmoni quando si lasciò andare all’oscurità. Nella caduta udì il mugghiare di un mare in tempesta e si ritrovò a surfare tra onde piene di corpi umani incapaci di sottomettere gli istinti alla ragione. Lo terrorizzò riconoscere tra quei corpi intrecciati la riproduzione infinita di se stesso. Chiuse gli occhi e urlò tutte le preghiere che conosceva. Non servirono a nulla; lo consolò soltanto il ricordo della simmetria e delle regole del cosmo: la terra smossa per formare il pozzo genera altrove la montagna. Aggrappato a quel pensiero riaprì gli occhi per rivedere la sua stanza nella luce del mattino.

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William Blake, La Divina Commedia, illustrazione del Canto V dell’inferno 

 

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Le parole che ripeto

 

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   Veneto, Italia, linee, fossi, la campagna, la città di Rovigo, la parola photo, photography. Nital, la parola è Nital, no è Italy, no è Nikonitalia, è rimasto qualcosa negli occhi, un’altra parola: Feltrinelli. I libri, Morelli! Che racconti scrittore cane! I libri! Perché tra i molti libri di fotografia ci sarai rimasto! Del resto sarai tra i ricordi, si disse, ti sembra di vedere la realtà perché qualcosa resta. Pare un racconto di Cortázar o di Antonio Tabucchi, letteratura così. Un quadro, una fotografia, e sembra di poter vedere la realtà stessa perché ne resta l’immagine nella mente. Poi una finestra sul mare, le onde al tramonto, il canto del vento tra le parole di un libro: allora sarà così la morte?

 

(un breve racconto ispirato dalle parole che ho usato spesso nei post che pubblico su Facebook. L’immagine è stata ottenuta con l’app Quizzstar.com)

 

Generazione

Che vita! La vera vita è assente. Noi non siamo al mondo.

Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno

Non potremo nemmeno svegliarci un giorno scarafaggi nei nostri letti di rappresentanti di tessuti. L’alienazione ci perseguita nelle scadenze di impieghi in cui telefoniamo ore pasti ad altri uomini e donne incastrati come noi nel meccanismo compra-vendi, guadagna oggi-spendi oggi.

Appesi al presente, desideriamo passati gloriosi a cui appigliarci. Ma non abbiamo alcuna battaglia vinta, nessuna rivoluzione nel nostro curriculum vitae.

Il nostro passato è marchi falliti di jeans e scarpe, pubblicità di giocattoli a cui non gioca più nessun bambino, cartoni animati con alabarde spaziali e asfalto su cui disegnavamo col gessetto il gioco del mondo.

È vero: siamo i primi a godere dell’informazione istantanea e capillare che ci permette di sapere adesso, che siamo al circolo polare artico, se sta davvero bruciando l’equatore.

Il verbo «aggiornare» è il nostro demiurgo, lo evochiamo in tutte le declinazioni: dobbiamo costantemente aggiornare i nostri telefoni, i computer, i blog, le opinioni, le competenze, il curriculum e le vite.

Le nostre vite si consumano nell’adesso. Non abbiamo un passato d’oro in cui rifugiarci, non un futuro in cui confidare, solo presente.

Non ci resta che il tavolino di un dehors da cui mirare una Peroni vuota in una piazza deserta. Un tempo d’inquietudine metafisica, in cui tutto è fissato in un eterno «potrebbe», a tenerci compagnia.

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Questa è pur sempre narrazione.

 

A.S.

Nefelomanzia

Ho cercato di fermare il rapido svanire delle nuvole dal rettangolo di cielo che vedo dalla mia stanza; ho cercato di fermarlo in una Polaroid che ho nascosto nel portafogli. Penso che la mia estate sia queste nuvole effimere, imprevedibili e in balìa del vento.

Mi piacerebbe poter osservare la mia vita come osservo le nuvole: vorrei vedere che cosa sarà fra poco. Sarà come quella nuvola che prima era una massa irregolare e poi si è trasformata in una colomba con le ali spiegate? O rimarrà per sempre una massa irregolare, grigia, adombrata dalle nuvole che sono sopra di essa e che non posso vedere? Non lo saprò mai. Posso solo conservare il momento in una fotografia che ritroverò in inverno, quando mi meraviglierò per aver conservato l’estate in un portafogli.

A.S.

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Un rettangolo di cielo in via Barbaroux.

Breve premessa alla lettura: Questo brano è il mio contributo per il contest “Torino è casa nostra:la città raccontata da voi” proposto dal quotidiano La Stampa e ispirato al libro di Giuseppe Culicchia “Torino è casa nostra” (Laterza 2015). L’idea di raccontare un angolo della città descrivendolo come se fosse la stanza di una casa è ispirata al libro “Torino è casa mia” sempre di Giuseppe Culicchia (Laterza 2005). In tale libro Via Barbaroux era la cantina, e via Roma il corridoio.  

Il luogo è lo stesso, ma ognuno ci trova cose diverse; del resto ogni abitante di questa città, per ciascun luogo, ha una propria idea in testa. Così, per quanto mi riguarda, nel gioco di trasfigurare Torino in una casa, via Barbaroux non è la cantina, ma il corridoio. E che non si dica che via Roma o qualche altra via dello shopping, o struscio, o delle «vasche», sia più adatta di via Barbaroux a rappresentare il corridoio. Torino è anche casa mia, no? E allora via Barbaroux è il corridoio del mio appartamento, pardon, visto che si tratta di Torino: del mio «alloggio». Dopotutto via Barbaroux ha le caratteristiche fondamentali di un corridoio: è lunga, è diritta come un confine di Stato tracciato nel Sahara e la si può percorrere per sbirciare quello che succede nelle stanze, pardon, nelle vie e nelle piazze vicine senza doverci per forza entrare. E poi, come in tutti i corridoi che si rispettino, si ha la possibilità di sentire suoni e odori provenienti dalle vie e dalle piazze vicine, e talvolta incuriosirsi e svoltare in improvvisamente proprio nella direzione da cui provengono i suddetti odori e suoni che hanno attirato la nostra attenzione. Va detto che tendenzialmente solo gli odori gradevoli e i suoni altrettanto piacevoli attirano l’attenzione del passante tanto da spingerlo a cambiare direzione e incuriosirsi e avvicinarsi alla fonte di tali odori e suoni. Continua a leggere