Canto d’autunno

Anche se di fronte a me
adesso non vedo altro che rovine silenziose,
e troppo lontana la verde serenità,
so già che arriverà la mano dell’artigiano
che colorerà quelle mura scrostate,
e ricostruirà il tetto che mi riparerà dalla pioggia,
e inchioderà gli infissi che regoleranno l’ingresso della luce.

La sto aspettando con pazienza, quella mano.
E forse sarà la mia stessa mano,
forse ci saranno altre mani con le mie,
ma so già che un giorno quelle rovine novembrine
torneranno ad essere un posto caldo da abitare.

campagna-villanovese

C’era come un senso di sospensione in quella visione, in quella profondità di campo così stretta, come colta con un diaframma aperto. Si domandò che cosa lo colpisse davvero di quella distesa di erba bagnata, del tramonto violaceo, della nebbiolina che accarezza i campi e sfuma l’orizzonte.
Si era sempre chiesto se non ci fosse qualcosa di congenito. Non che credesse negli oroscopi: le stelle le considerava fin troppo distanti; la loro luce troppo debole e fioca e lontana nel tempo per avere avuto davvero un influsso su di lui. In tal senso, credeva che i neon dell’ospedale avessero avuto una maggiore influenza rispetto ad Antares o Shaula. Ma quando vedeva un panorama caduco, novembrino, di vita rallentata, sentiva una strana vibrazione: come il sentimento di autentica appartenenza al mondo.

Fotografia: Andrea Siviero, Campagne attorno a Villanova del Ghebbo (RO).
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3 pensieri su “Canto d’autunno

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