Generazione

Che vita! La vera vita è assente. Noi non siamo al mondo.

Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno

Non potremo nemmeno svegliarci un giorno scarafaggi nei nostri letti di rappresentanti di tessuti. L’alienazione ci perseguita nelle scadenze di impieghi in cui telefoniamo ore pasti ad altri uomini e donne incastrati come noi nel meccanismo compra-vendi, guadagna oggi-spendi oggi.

Appesi al presente, desideriamo passati gloriosi a cui appigliarci. Ma non abbiamo alcuna battaglia vinta, nessuna rivoluzione nel nostro curriculum vitae.

Il nostro passato è marchi falliti di jeans e scarpe, pubblicità di giocattoli a cui non gioca più nessun bambino, cartoni animati con alabarde spaziali e asfalto su cui disegnavamo col gessetto il gioco del mondo.

È vero: siamo i primi a godere dell’informazione istantanea e capillare che ci permette di sapere adesso, che siamo al circolo polare artico, se sta davvero bruciando l’equatore.

Il verbo «aggiornare» è il nostro demiurgo, lo evochiamo in tutte le declinazioni: dobbiamo costantemente aggiornare i nostri telefoni, i computer, i blog, le opinioni, le competenze, il curriculum e le vite.

Le nostre vite si consumano nell’adesso. Non abbiamo un passato d’oro in cui rifugiarci, non un futuro in cui confidare, solo presente.

Non ci resta che il tavolino di un dehors da cui mirare una Peroni vuota in una piazza deserta. Un tempo d’inquietudine metafisica, in cui tutto è fissato in un eterno «potrebbe», a tenerci compagnia.

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Questa è pur sempre narrazione.

 

A.S.

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4 pensieri su “Generazione

  1. La sensazione è esattamente questa. Mi domando, però: non sta a noi di questa generazione tirarci fuori da tutto e decidere per noi stessi? Ad esempio, se è davvero così importante aggiornare, informarci, sapere (che sono la nostra malattia, la nostra droga quotidiana, quello che ci permette di rimandare a domani di decidere che fare di noi stessi)?
    Siamo portati a percepire il mondo così, questo è ciò che abbiamo ereditato, ma non siamo noi a dover scacciare questa alienazione e rendere la vita un pochettino più reale?
    Me lo chiedo da un po’, ti leggo nel momento giusto.
    D.

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    • Sì, infatti credo che spetti a noi tirarci fuori da questo impasse. Per farlo, credo che dovremmo costruirci nuovi strumenti e smettere di cercare di usare gli strumenti cui siamo stati educati dalle generazioni precedenti. Il mondo corre, e noi ci ostiniamo a correre alla stessa velocità. Ma se non fosse la velocità il problema? Voglio dire: è come se fossimo su un treno in corsa e ci ostiniamo a guardare il panorama che sfugge oltre il finestrino mentre intorno a noi, a viaggiare alla stessa velocità, c’è un mondo altrettanto interessante che stiamo ignorando.

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  2. Una narrazione liquida, come la vita che viviamo. Non siamo nemmeno appesi a un filo, non abbiamo spade di Damocle, pare sempre che qualcun’altro ci abbia depotenziato decidendo per noi e che, qualsiasi cosa facciamo, non avrà poi tanto peso nel flusso cosmico delle cose.

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