Sul molo di Alcântara. Un dialogo immaginario.

 ad A.T.

  Morelli l’aspettava sul molo di Alcântara. Sapeva che si sarebbero incontrati là dove la terra finisce e comincia l’acqua, quando il sole è già tramontato da un pezzo, all’ora dei fantasmi. Se fosse stato necessario l’avrebbe aspettato anche sotto al sole che dardeggiava, ma sapeva che lo Scrittore non si sarebbe presentato prima della mezzanotte; per cui aveva trascorso l’intera giornata a passeggiare per la Lisbona che aveva imparato a conoscere attraverso i Suoi libri. E lì, su quella striscia di terra artificiale, Morelli non poté fare a meno di pensare che quel molo era un luogo «eventuale», ossia un luogo in cui sarebbe avvenuto qualcosa, ma di questo non aveva certezza.
La mezzanotte era passata da dieci minuti. Morelli si era seduto su una panchina, taceva e guardava lontano. L’uomo che stava aspettando aveva scritto che molti a Lisbona fanno così: sostano su queste sedie pubbliche, tacciono, fissano la linea dell’orizzonte. Praticano la morte per saudade, un atteggiamento che si può anche imparare se uno ha buona volontà. Morelli si chiese se fosse possibile anche per lui, che apparteneva a una cultura diversa, una cultura che non prevedeva la saudade, imparare quell’atteggiamento. In italiano quella parola non aveva una vera e propria traduzione; e le parole che non possono essere tradotte fedelmente forse non possono essere comprese fino in fondo neanche se ci si allena, pensò Morelli. Poi si ricordò che sempre lo Scrittore aveva detto che in italiano il termine perfetto per descrivere la saudade era il disìo dantesco, un termine quasi dimenticato, ma più appropriato di quello moderno: nostalgia. Morelli concluse che la saudade è anche un’arte di evocazione perché reca con sé il desiderio di ritrovare chi è lontano. Tuttavia trovò che starsene lì seduto su quella panchina, di notte, a praticare la saudade, era piuttosto un buon modo per evocare il sonno.

  Nell’aria risuonò un profondo colpo di tosse. Morelli credeva di essere solo: c’era un silenzio spettrale, il fiume era calmissimo, le onde producevano soltanto uno sciabordio assopito, e anche la musica che proveniva dai locali era addomesticata dalla distanza: non era possibile che non avesse sentito un rumore di passi lungo il molo. Si voltò d’istinto, inquietato, e si trovò davanti lo Scrittore. Sorrideva sotto quei suoi baffi folti. Mi scusi il ritardo, disse, si era assopito? S’immagini, rispose Morelli, so che questa è un’occasione singolare, ma sono anche stanco, e devo aver chiuso gli occhi per qualche istante. Vuole sedersi, aggiunse, le faccio un po’ di spazio. No grazie, disse lo Scrittore, preferirei andare in un altro posto, avrei anche fame, le andrebbe un posticino che conosco? È proprio a due passi.

  Il cameriere aveva i capelli brizzolati raccolti in una coda di cavallo, i pantaloni attillati e una camicia rosa. Aveva attraversato la sala ancheggiando vistosamente per raggiungere il tavolo dove si erano accomodati Morelli e lo Scrittore. Bienvenidos caballeros, disse, sono la Mariazinha, questa è la carta dei vini, la carta del giorno ce l’ho tutta nella mia testolina, vi dirò tutto quando vorrete ordinare, ora vi lascio tranquilli, torno fra poco. Poi quando la Mariazinha se ne andò, lo Scrittore disse: questo è un locale post-moderno, ma non c’è più niente di cui meravigliarsi, di locali così è pieno il mondo, e anche le Mariazinhas non sconvolgono più, ora quelli che ce l’hanno con le Mariazinhas sono sempre meno: questa è una delle cose positive della modernità non le pare? Poi la Mariazinha tornò al tavolo, e lo Scrittore ordinò un Colares Chitas per iniziare. Un vino che piace a un mio vecchio amico, si giustificò. Quando tornò con la bottiglia in mano, la Mariazinha disse: questo vino mi ha ricordato un episodio: era molto tempo fa, il Colares me l’avevano ordinato due tizi, uno era un tipo davvero strano, era portoghese ma parlava inglese, e l’altro era proprio lei signore: mi pareva di averla già vista. Ha ragione mia cara Mariazinha, ero qui proprio con quel portoghese che parlava inglese, saranno passati più di vent’anni. Morelli intervenne: com’è possibile?, si ricorda di tutti i clienti? Lo Scrittore guardò Morelli, i baffi si incresparono in un sorriso: non si preoccupi caro amico, non è importante. Poi aggiunse: che cosa ci propone?, avete ancora quella lista letteraria? Naturalmente, rispose la Mariazinha, e con un sorriso luminoso prese a elencare una serie di piatti con nomi pittoreschi come la zuppa “Amor de Perdiçao”, l’insalatina “Fernão Mendes Pinto”, la cernia “tragico-marittima”, le anguille della laguna di Gafeira alla “Delfino”, la specialità della casa: la trota “intersezionista”, e un nuovo piatto: si tratta di una contaminazione culturale, sottolineò la Mariazinha, è un piatto italo-portoghese, il nostro Pedrinho l’ha battezzato la “Confederazione delle anime”. E di cosa si tratta?, chiese Morelli. Si tratta di un piatto di mare e di terra, disse la Mariazinha, sono pennette condite con una spuma di filetto di maiale alentejano e frutti di mare. Ma questo è assurdo, disse Morelli, un piatto così non può esistere. Cosa me ne importa?, ribatté la Mariazinha, è l’emozione quello che conta: questa è cucina emozionale. Quando assaggerà questo piatto, spiegò, rimarrà stordito: un primo sapore le riempirà il palato, e la preminenza di questo si manterrà finché non verrà spodestato da un altro sapore, e poi ne arriverà un terzo, e così via… dopo una paziente erosione ci sarà un sapore egemone che prenderà il sopravvento sugli altri, e lei non potrà farci nulla, se non assecondarlo. Mi pare interessante, disse lo Scrittore, vada per la “Confederazione delle anime”. E lei? Lei cosa prende?, domandò a Morelli. Una “Confederazione” anche per me: credo che non ci saranno altre occasioni per assaggiare una cosa del genere, disse Morelli.
La Mariazinha si allontanò ancheggiando verso la cucina. Certo che il post-moderno è ormai dappertutto, pare che non esista nient’altro che il post-moderno, disse Morelli. Mi ha cercato per dirmi questo?, chiese lo Scrittore, perché mi pare che il discorso sul post-moderno sia un po’ abusato, non pare anche a Lei? Certo, convenne Morelli, è un discorso abusato, ma sembra che viviamo in un tempo in cui non ci sia nulla che non sia già stato detto o stato fatto, ecco, è tutto abusato, persino lo stile, e io non so come uscirne. E dovrei dirglielo io?, disse lo Scrittore. Non lo so, l’ho cercata anche per questo, rispose Morelli. E per cos’altro?, disse lo Scrittore. Perché avrei voluto conoscerla prima, rispose Morelli, ma arrivo sempre in ritardo sul tempo. E poi per un’altra cosa: l’altro giorno parlavo con un gruppo di amici lettori, si discuteva sugli intellettuali, su cosa significasse essere intellettuali oggi, e se esistessero ancora gli intellettuali o se fossero tutti estinti; naturalmente non sono estinti, ma mi pare che siano un po’ sbiaditi, ecco. Così mi è venuto in mente Lei: «i letterati sono tutti in ferie», fece dire a suo personaggio, «forse sono in vacanza, chi al mare e chi in campagna, in città siamo restati solo noi.», ecco, mi pare che oggi sia un po’ così. Ma quel personaggio viveva dei tempi cupi, disse lo Scrittore, il suo mondo era sull’orlo del baratro, nell’aria c’era già la puzza di morte, tutta l’Europa puzzava di morte, i tempi sono cambiati. Anche oggi è lo stesso, lo incalzò Morelli, viviamo sull’orlo del nulla, potrebbe accadere tutto e niente allo stesso tempo, serve qualcuno che faccia luce su questi tempi, che guardi l’insieme e ci accompagni nel futuro, non le pare? Allora mi sono chiesto: dove sono gli intellettuali?, si sono nascosti o non li sappiamo più riconoscere? Forse li hanno mandati in ferie, disse lo Scrittore, ma credo che torneranno presto, perché le ferie sono pur sempre un periodo destinato a finire, tuttavia non capisco perché lo chiede a me. Perché Lei è stato un autentico intellettuale, insisté Morelli, per questo vorrei saperlo da Lei. Le ripeto: non ne ho idea, ribatté lo Scrittore e si riempì un altro bicchiere di Colares. Ma come?!, esclamò Morelli, ha scritto pagine sull’argomento e adesso non sa dirmi altro? Lo Scrittore appoggiò le mani sul tavolo, si piegò in avanti sul tavolo e disse: dalle mie parti il tempo è immobile ed eterno, da voi invece, invecchia troppo in fretta; certo, non ne è passato molto da quando non appartengo più a questo mondo, ma da voi il tempo invecchia decisamente troppo in fretta. Per questo le dico: non ne ho idea, dovrei informarmi, ma le vostre faccende non mi interessano più.

  La Mariazinha arrivò con le “Confederazioni”. Non è cambiato nulla nella cucina, disse lo Scrittore, ha sempre un coté volgare. A me pare eccellente, disse Morelli, questa pasta è esattamente come l’ha descritta la Mariazinha. Eccellente, replicò lo Scrittore, proprio per questo è un poco volgare.
Continuarono a mangiare in silenzio. Nella sala si diffuse una musica in sordina, una vecchia canzone napoletana, Strada ‘nfosa, un ricordo del passato. Lo Scrittore bevve un sorso di Colares e disse: non le pare di esagerare?, le perdono di voler trasformare un mio racconto in un suo racconto, ma non le pare un po’ di esagerare con i riferimenti adesso? È che sono un vigliacco, ammise Morelli. Se dovessi raccontare questa nostra conversazione, lo farei imitando il Suo stile, potrei omaggiarla con allusioni, forse citerei delle frasi tratte dai Suoi libri. Probabilmente la scriverei in terza persona, magari lascerei che la vivesse un mio personaggio, non io; questo è il massimo del coraggio che mi riesce: non sono un autentico vigliacco? Forse dovrei farle un discorsetto sul coraggio in letteratura, ribatté lo Scrittore, ma sa già che arriverei a Kafka, le raccomanderei di leggere Il processo e di riflettere sul coraggio del pavido Kafka.
La Mariazinha li interruppe per ritirare i piatti. Tutto bene caballeros?, domandò, lei mi sembra un po’ sbattuto, disse a Morelli, non ha una bella cera, le andrebbe un nostro dolce per tirarsi su? No, disse Morelli, preferisco di no. Anche lo Scrittore disse che era a posto. Anzi, aggiunse, se il mio convitato è d’accordo le chiederei il conto, perché ho bisogno di prendere una boccata d’aria e di muovere le gambe, sa, troppa sedentarietà fa male alla mia schiena.

  Dov’è?, disse lo Scrittore. Chi?, domandò Morelli. Il Suonatore di Fisarmonica, dov’è?, non se lo sarà dimenticato?, disse lo Scrittore. Mi sembrava troppo, disse Morelli, ora che la finzione è svelata mi pareva troppo. Peccato, ribatté lo scrittore, quel cantore di Fados mi era caro.
Attraversarono la strada e passarono davanti alla stazione marittima. Le va di accompagnarmi alla fine del molo?, disse lo Scrittore. Certo, disse Morelli, vengo con Lei.
Sa una cosa?, disse Morelli, le confesso di aver desiderato incontrarla anche per confidarle una cosa. Lo Scrittore guardò Morelli, gli fece segno di andare avanti. Si tratta di Requiem, della scena che stiamo rivivendo in questa finzione. Quella volta fece dire a Pessoa: «Ero un ballerino eccezionale, disse lui, avevo imparato da solo con un libriccino che si chiamava Il ballerino moderno, libriccini così mi sono sempre piaciuti, che insegnano a fare delle cose, facevo tardi la sera quando tornavo dall’ufficio, ballavo tutto da solo, scrivevo poesie e lettere alla mia fidanzata. L’ha amata molto, osservai. È stata il trenino a molla del mio cuore, rispose lui. Si fermò obbligandomi a fermarmi. Anche il Suonatore di Fisarmonica si fermò, ma continuò a suonare. Guardi la luna, disse il mio Convitato, è la stessa che guardavo con la mia innamorata quando andavamo al Poço do Bispo, non è strano?» Ecco, ogni volta che mi è capitato di rileggere questo brano ho provato un certo imbarazzo, sostenne Morelli. Lo Scrittore si fermò, obbligando Morelli a fermarsi: è per via del trenino a molla?, sorrise, le pare troppo sentimentale? Non è questo, rispose Morelli, non intendo dire che sia un brano imbarazzante. Mi sento in imbarazzo perché ha saputo raccontare il fantasma di Pessoa con una delicatezza unica, e io non ne sarei stato capace. Per questo mi trovo in imbarazzo. Lei ha sempre saputo dosare la pesantezza nelle parole, non nella penna: questa è la Sua grandezza.
Avevano percorso la metà del molo. Immagino che arrivati alla panchina mi toccherà svanire e lasciarla solo, disse lo Scrittore. È così, disse Morelli, lo prevede la finzione, è la via d’uscita da questa storia. Allora, visto che lei ha cancellato da questa sua storia il mio caro Suonatore di Fisarmonica, le propongo un’alternativa. Morelli lo guardò meravigliato, non capiva. Lasci a me il finale, precisò lo Scrittore, mi lasci almeno il piacere di decidere il finale. Faccia pure, disse Morelli, cosa dovrei fare? Niente di speciale, disse lo Scrittore, una piccola recita, un gioco se vuole: dovrà semplicemente camminare qualche passo davanti a me, camminare e non voltarsi mai, cammini fino alla panchina da cui è cominciata questa storia, io la seguirò, ma non si guardi indietro, io ci sarò sempre, la accompagnerò e ne verremo fuori insieme…

A.S.
23 settembre 2015

NOTA

Questo vuole essere un omaggio allo scrittore Antonio Tabucchi e alle sue opere. 

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2 pensieri su “Sul molo di Alcântara. Un dialogo immaginario.

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