La collina

A Hemingway
Did you ever see Piedmontese hills?
They are brown, yellow and dusty, sometimes «green»…
You’ld like them.
Yours C. P.
CESARE PAVESE, Il mestiere di vivere

Questo testo è debitore di un racconto, di un poeta e di uno scrittore fittizio frutto della fantasia di uno scrittore autentico.

1.

  Era una fotografia in bianco e nero di Torino di notte. Morelli l’aveva trovata consultando un libro sulla storia della città, presso la Biblioteca Nazionale. Non era nulla di speciale: si intravedevano soltanto alcune sagome di palazzine, anzi, le si intuiva soltanto dal profilo dei comignoli sui tetti. Ciò che aveva attirato l’attenzione di Morelli era la luce: gli edifici non erano rischiarati dall’illuminazione pubblica (sarebbero stati illuminati dal basso) erano piuttosto rischiarati da una luce che proveniva dall’alto, originata da linee chiare, sottili e curve, che a Morelli ricordavano le stelle filanti o i capelli d’angelo. Le linee sembravano nascere dagli edifici stessi e si proiettavano nel cielo nero. Sembravano fuochi d’artificio: la fotografia poteva essere stata scattata la notte di San Giovanni di qualche decennio fa. È quello che pensò Morelli, a un primo sguardo. Poi, guardando meglio, notò la minuscola didascalia sotto la foto: 6 settembre 1940. Non si trattava della festa patronale, allora, era l’istantanea di un bombardamento, e le linee chiare dovevano essere i proiettili traccianti della contraerea.
A Morelli venne in mente La casa in collina di Cesare Pavese. Quella fotografia l’aveva trasportato sulla collina, durante la guerra, di fronte a una Torino bombardata, con gli occhi pieni del desiderio che finisse quel massacro, che tutto tornasse alla normalità.

  Morelli non aveva più letto niente di Pavese dai tempi del Liceo. Quanto era passato, quindici anni? Eppure il ricordo era ancora vivo. Si ricordò, ad esempio, che La casa in collina non era solo un romanzo sul conflitto tra gli uomini. Era un romanzo sul conflitto negli uomini; il conflitto tra l’azione e l’inazione, tra il partecipare e l’osservare. Il protagonista era diviso tra il rimanere nascosto in collina per cercare la salvezza o lo scendere in città per combattere il nemico. È l’eterna battaglia degli uomini, pensò Morelli: attendere o agire?
Morelli si incuriosì, mise a posto il volume con le fotografie di Torino, e si spostò tra gli scaffali della letteratura italiana del ventesimo secolo. Gli era venuta voglia di rinfrescarsi la memoria su Pavese. Si era accorto che la maggior parte delle informazioni che possedeva erano ancora quelle dell’antologia di letteratura italiana del Liceo. Informazioni marginali. Biografia e opere, qualche brano rappresentativo scelto dagli autori dell’antologia e poi decine di pagine di commento critico. Ho studiato la critica di opere letterarie che non ho mai letto, pensò. La cosa gli sembrò patetica. Tuttavia Pavese era stato una piccola eccezione: il professore di Lettere era un appassionato dalla letteratura sulla Resistenza, faceva sempre leggere ai suoi studenti le opere di Fenoglio, di Revelli, Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino, Uomini e no di Vittorini e La casa in collina di Pavese; così Morelli aveva letto almeno un’opera di Pavese.
Morelli prese dallo scaffale della biblioteca Il mestiere di vivere. Era un volumetto compatto, piuttosto usurato, dalla copertina grigia. Sapeva che si trattava del Diario dello scrittore – le informazioni dell’antologia erano servite a qualcosa – come ricordava che lo scrittore si era tolto la vita in una stanza dell’albergo Roma, in Piazza Carlo Felice, proprio di fronte Porta Nuova. Prese proprio quel libro perché era curioso di leggere gli ultimi pensieri di un suicida. Morelli provò una certa vergogna per quella sua curiosità. La trovava morbosa adesso, come quella di coloro che comprano il giornale locale soltanto quando è accaduto un fatto di cronaca vicino a casa loro. Tuttavia Morelli non riuscì a fermarsi, lesse le ultime annotazioni di Pavese: La cosa più segretamente temuta accade sempre. Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi? Basta un po’ di coraggio. Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte, e cade l’idea del suicidio. Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l’hanno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio. Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più. Il diario si concludeva così, in data 18 agosto, con la decisione ultima e definitiva, quella che lo scrittore eseguì nove giorni dopo.

2.

  Leggendo Il mestiere di vivere Morelli si era sentito come risucchiato in un gorgo. Cos’era: il testamento di uno scrittore o un disperato tentativo di autoanalisi? Tutte e due le cose, forse.
Dopo aver letto le ultime righe del Diario, aveva continuato a leggere a ritroso. Gli ultimi mesi della vita di Pavese erano indubbiamente i più cupi, si capiva. Ma il Diario documentava altre crisi con riferimenti al suicidio. Corrispondevano quasi sempre a crisi affettive e abbandoni da parte delle donne amate. A ogni crisi amorosa corrispondevano i frammenti più autodistruttivi. Le crisi peggiori erano all’inizio e alla fine del Diario: la prima nel ’36, con l’abbandono da parte della donna dalla voce rauca; l’ultima nell’estate del ’50, quando Pavese era stato lasciato da Constance Dowling e si era tolto la vita. Ma ciò che aveva colpito Morelli erano i frammenti in cui Pavese parlava del proprio mestiere: quando si trattava di scrittura non mostrava dubbi o incertezze. Uno dei suoi ultimi giorni, il 17 agosto del ’50, aveva scritto: È la prima volta che faccio un consuntivo di un anno non ancor finito. Nel mio mestiere dunque sono re. In dieci anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora. Pavese quindi si credeva re, e glielo avevano riconosciuto anche i critici: Ti dicono: hai quarant’anni e ce l’hai fatta, sei il migliore della tua generazione, passerai alla storia, sei bizzarro e autentico… Sognavi altro a vent’anni?  Ebbene? Non dirò «tutto qui e adesso?» Sapevo quel che volevo e so quel che vale ora che l’ho. Non volevo soltanto questo. Volevo continuare, andar oltre, mangiarmi un’altra generazione, diventare perenne come una collina. È curioso, pensò Morelli, perché chi scrive non ha certezze; chi scrive cerca sempre conferme, le persone che gli stanno attorno sono il suo strumento di misura, domanda di continuo «cosa ne pensi?», aspetta giudizi. E poi, quando un scrittore si rilegge con lucidità, trova che ciò che ha scritto è privo di valore, e spesso vorrebbe cancellare tutto, perché si crede un inetto. Tutto questo, restando a quei frammenti del Diario, sembrava un sentimento estraneo a Pavese.

3.

La città stava arrugginendo negli ultimi bagliori del tramonto. La guglia della Mole, come l’asta di una meridiana, disegnava una striscia d’ombra che si allungava verso i piedi della collina.
Morelli era salito ad ammirare il panorama della città dal Monte dei Cappuccini. Si era portato con sé la copia del Mestiere di vivere che aveva preso in prestito dalla biblioteca e l’aveva appoggiata sullo spesso parapetto in muratura del belvedere. Accese una sigaretta e aprì un quadernetto nero. Tornò ad osservare la città dall’alto provando a immaginare uno degli ultimi giorni di Pavese. Poi prese una penna e iniziò a scrivere:

Torino, 26 agosto del ’50. Piazza Carlo Felice. Dall’albergo Roma esce un uomo. Cammina a testa bassa, le uniche cose che sembrano interessargli sono le punte delle proprie scarpe. Prende via Roma, prosegue sotto i portici senza badare alla propria immagine riflessa nelle vetrine dei negozi. Raggiunge Piazza Castello. Neanche qui si ferma: ha fretta di svoltare in via Po. Qui l’uomo alza la testa, sembra rendersi conto di dove si trova e accelera il passo come colto da una febbre improvvisa. Sta pregando di non incontrare nessuno, non ha voglia di fermarsi a parlare, come l’altro giorno al caffè Fiorio, con la sua amica Bona, quando ha raccontato di Connie che l’aveva abbandonato. Ha già detto tutto, ormai; ha già deciso che non scriverà più; ha in mente un solo pensiero: il gesto.
L’uomo raggiunge Piazza Vittorio Veneto, rallenta, misura gli ultimi passi prima di raggiungere il lungofiume. Attraversa la via che costeggia il Po, quindi si ferma e si appoggia al parapetto. Guarda in basso: le acque del fiume scorrono lente, scure, impenetrabili. Chissà quante volte ha ammirato quelle acque pensando di abbandonarsi per sempre. Ma se l’era già detto: non gli sarebbe piaciuto morire affogato. Poi l’uomo alza gli occhi. Vede davanti a sé l’immobile, eterna, familiare collina. Per un attimo gli sembra di essere tornato bambino, a Santo Stefano Belbo, tra le colline che sono la sua casa, i suoi mari del sud. L’uomo ha ottenuto ciò che voleva: è in paradiso. Adesso ha di fronte una visione consolante, perché la collina è perenne: sarà sempre lì, anche dopo la sua morte. Allo stesso modo anche ciò che ha scritto gli sopravvivrà – ha già scelto cosa lasciare accanto a sé: un diario e quella che secondo lui è la sua opera migliore – resta solo da trovare il coraggio, quello che hanno avuto anche certe donnette, e questo è uno dei pensieri che gli passa per la mente.

«Capire le donne. Pavese non era capace.»
La voce arrivava da dietro e Morelli si girò. L’uomo che aveva parlato stava guardando il libro appoggiato sul parapetto, aveva sollevato leggermente la testa, come a indicarlo col mento. Teneva le mani dietro la schiena e indossava un paio di occhiali appoggiati sulla fronte. Aveva i capelli bianchi, un’espressione gioviale e parlava un italiano strano, come mescolato allo spagnolo, ma non lo spagnolo di Spagna, era uno spagnolo da sudamericano, l’uomo doveva essere cileno o argentino, intuì Morelli.
«Se fosse diventato più donna si sarebbe salvato.» aggiunse. Si riferiva a un frammento del Diario, era chiaro, Pavese aveva scritto: Perché le donne in genere hanno migliori maniere che gli uomini? Perché debbono attendere tutto dal loro effetto formale, mentre gli uomini agiscono o pensano. Bisogna diventar più donna.  «Solo ai morti sappiamo insegnare le vere regole di vivere.» disse Morelli.
«Mi sembra una buona considerazione», disse l’uomo, «è sua?».
«È di Fernando Pessoa.»
L’uomo annuì, aveva apprezzato la risposta, allungò la mano verso Morelli e disse: «Mi permetta di presentarmi: mi chiamo Emilio Renzi.»
Morelli strinse la mano all’uomo e disse il proprio nome.
«Tempo fa mi sono occupato di Pavese.» disse Emilio Renzi indicando ancora il libro sul parapetto. «Molto tempo fa» precisò. «Saranno passati più di quarant’anni. Ero andato via dall’Argentina per dimenticare una donna e sono venuto qui per studiare uno che le donne non le aveva mai capite. È buffo non le pare?»
«Ha ragione, è buffo» disse Morelli sorridendo.
«E lei? Perché si occupa di Pavese? È per l’università? Ho visto che prendeva appunti…»
«No, non è per studio. È per via di una fotografia; è partito tutto da lì. Dalla fotografia sono arrivato al Diario di Pavese e dal Diario alla collina. E dalla collina a questo quaderno. Stavo cercando di immaginare uno degli ultimi giorni di Pavese, ma non riesco a scrivere nient’altro che una specie di sceneggiatura cinematografica; non mi sembra che ci sia nulla di buono in quello che ho scritto.»
«Ah, uno scrittore» disse Emilio Renzi «anche io sono uno scrittore. Qual è il problema?»
«Non so come fare a scrivere qualcosa di nuovo su Pavese, mi pare sia stato già detto tutto.»
«Perché non inizia a raccontare la storia a partire dalla fotografia? È una cosa sua, nessuno l’ha mai collegata a Pavese. Se riuscirà a collegare quella fotografia a Pavese scriverà qualcosa di nuovo, non le pare?»
Morelli annuì. Gli piaceva quello scrittore argentino: gli erano bastati pochi scambi di battute perché lo conquistasse. In quel momento, se qualcuno gli avesse chiesto come si sarebbe visto fra quarant’anni avrebbe risposto: come questo scrittore argentino.
«Perché scrive?»
«Come scusi?»
«Si è mai chiesto perché scrive?» ripeté Emilio Renzi.
Morelli non se l’era mai chiesto. Era una cosa che gli piaceva da sempre, gli veniva naturale. Scriveva perché pensava di aver qualcosa da dire, perché gli piaceva raccontare storie, pensò. «Scrivo perché è una cosa che mi piace, mi fa stare bene, ed è una cosa che mi viene naturale.», disse.
«Va bene, va bene, sono ottime ragioni, ma non ha risposto alla mia domanda. Vede, gli scrittori scrivono per diversi motivi: c’è chi scrive perché vuole fermare il tempo; chi scrive perché vorrebbe viaggiare ma non può; chi scrive perché vuole ripetere un viaggio; chi scrive perché è l’unico modo che ha per sentirsi vivo; chi scrive perché vuole “salvare” una storia dall’oblio; chi scrive perché ha paura della vita e chi scrive perché ha paura della morte. Questi ultimi sono molti: sono quelli che desiderano che rimanga qualcosa di loro per sempre. Pavese era uno di questi, a suo modo. Pavese sognava di diventare perenne come una collina. Se non fosse stato così non avrebbe lasciato quel Diario accanto al letto di morte. Anzi, finché ha scritto non si è ucciso. Per un certo periodo la scrittura è stata la sua salvezza. Non a caso, nel momento in cui ha smesso di scrivere si è suicidato. Ormai sapeva di aver raggiunto il suo obiettivo – la sua opera gli sarebbe sopravvissuta – quindi per lui non aveva più senso continuare a scrivere. Se non si fosse sentito un re nel mestiere di scrivere, forse si sarebbe salvato.»
«Non le pare di voler di nuovo insegnare le regole di vivere ai morti?» disse Morelli.
«Ha ragione» rispose Emilio Renzi «ma in questo caso vorrei insegnare una regola a un vivo.» Quindi fece una pausa, si abbassò gli occhiali sul naso e fissò Morelli negli occhi. «Non scriva mai per il solo desiderio di sopravvivere al tempo. Nulla è perenne, nemmeno le colline. Come col tempo queste saranno erose dall’acqua e dal vento, anche le parole scritte scompariranno il giorno in cui non ci sarà più nessuno che le leggerà. Scriva sempre per l’oggi, mai per il domani. E se qualcosa che ha scritto le sopravvivrà, tanto meglio. Ma non deve essere questo il suo obiettivo. Piuttosto è meglio fare come Kafka: desiderare che dopo la morte i propri scritti vengano gettati nella stufa.»
Morelli si voltò a guardare la città in basso. Si era fatto buio e Torino era un tappeto di luci. Quando si girò di nuovo verso lo scrittore – stava per ribattere che neanche quella di Kafka era una buona soluzione – scoprì di essere solo. Il piazzale del belvedere era vuoto, non c’era nessuno. Ecco una storia da raccontare, si disse.
Lo sguardo di Morelli si posò un’ultima volta sul panorama. Quella bella sera d’estate, sotto un cielo sereno e privo di pericoli mortali, con una città che brillava di luci pacifiche, trovò che dalla collina era come avere tutto il mondo in uno sguardo.

NOTA

Si può dire che questo sia un racconto che nasce da un racconto. Il racconto originario è  «Un pesce nel ghiaccio» dello scrittore argentino Ricardo Piglia. Io l’ho scoperto nell’antologia “L’invasione” (Edizioni SUR) e me ne sono innamorato. È un racconto meraviglioso che consiglio di leggere a chi ama Pavese e anche a chi conosce poco questo grande poeta e scrittore.

Avevo letto da poco Il mestiere di vivere. Mi ero procurato una copia da uno di quei venditori ambulanti di libri usati che ci sono una domenica al mese in via Roma, a pochi passi dalla stazione di Porta Nuova, a Torino. Quando ho finito di leggere il Diario di Pavese mi sono reso conto che avevo accumulato una notevole quantità di appunti. E da quegli appunti avrei voluto tirarne fuori un racconto.

Il libro di Piglia, invece, mi è stato consigliato da un libraio. Avevo voglia di una buona antologia di racconti e mi ha consigliato questo grazioso libretto dalla solida copertina rossa. Leggerlo è stato come scoprire un nuovo mondo. Il racconto su Pavese, poi, mi è sembrata una straordinaria coincidenza. Sono rimasto così affascinato dal personaggio di Emilio Renzi che non ho potuto fare a meno di includerlo in questo mio racconto, riportandone anche alcune frasi e cercando di immaginare come avrebbe risposto agli interrogativi di un giovane aspirante scrittore.   

Così il racconto su Pavese che avevo in mente in un primo tempo (e di cui non è rimasto molto) si è trasformato in questo omaggio doppio a due scrittori che ammiro.

A.S.

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Il mestiere di vivere, Cesare Pavese, Einaudi, Torino, 1968.

L’invasione, Ricardo Piglia, Edizioni SUR, Roma, 2015. Traduzione a cura di Enrico Leon.

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2 pensieri su “La collina

  1. È un bel racconto, credo di poterlo affermare obiettivamente (è possibile?). La struttura è interessante: è bello vedere come si intrecciano i pensieri di Pavese, Morelli, e Renzi, alla fine. Insieme funzionano. E la collina… quella basterebbe anche da sola. Il secondo paragrafo mi è piaciuto moltissimo.

    Non so se leggerò Piglia, sicuramente leggerò Il mestiere di vivere.

    Liked by 1 persona

    • Ti ringrazio. La struttura è un voluto richiamo al racconto di Piglia (anche quello è suddiviso in 3 parti). Sono sollevato che ti sia piaciuta la seconda parte. L’ho riscritta più volte perché tendevo a dilungarmi su dettagli delle opere di Pavese che mi avevano portato a scriverla con uno stile saggistico. Al di là di questi pensieri, non posso che consigliarti la lettura de “Il mestiere di vivere” e di altre opere di Pavese. E su Piglia: prima o poi leggilo, in alcuni racconti si può apprezzare lezione di Hemingway (la teoria dell’iceberg. ..)

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