Una lettera senza indirizzo del destinatario.

Te la ricordi l’università a Berlino? Ti ricordi che silenzio nel giardino interno dell’Hauptgebäude? Ti dissi che sarebbe stato splendido studiare in un posto del genere, seduti sulle panchine di marmo, con il libro sulle ginocchia, nel rinfresco degli alberi. Era bello anche solo starsene lì a mangiare i nostri panini al salame. Ti dissi che non mi meravigliavo che in un posto così gli studenti avessero più stimoli di noi per studiare. Mi dicesti che non era vero, che a noi sembrava tanto speciale soltanto perché eravamo abituati a un casermone di cemento, dicesti che l’aspetto esteriore non contava nulla. Mi dicesti che avresti perso la passione per lo studio anche se avessi frequentato un posto del genere. Non dipendeva dall’università, affermasti, quanto dalla stanchezza di assorbire nozioni da miopi della vita. Li chiamavi miopi della vita, i professori, perché sostenevi che sono in grado di mettere a fuoco solo ciò che hanno sotto il naso e non hanno nessuna capacità di vedere lontano, di vedere il quadro generale delle cose. Ci fanno imparare a memoria i nomi delle città, ma non ci mostrano la loro posizione sulla mappa, dicevi. Così, ci congedano all’età adulta con in mano una manciata di nomi di cui non sappiamo cosa farcene e, nella migliore delle ipotesi, ci arrovelliamo per il resto della vita a capire se è davvero importante andare in quei luoghi, oppure sono solo esempi di qualcosa che non riusciremo mai a comprendere.

Dovrebbero insegnarci la geografia del territorio, invece, e lasciare a noi il compito di meravigliarci nella scoperta dei luoghi. Altrimenti resteremo per sempre su una nave alla deriva in un oceano con in mente solo il concetto di porto, con la consapevolezza che qualche porto è più importante degli altri, e senza alcuna idea su dove possiamo trovarne uno. Potremmo navigare per anni con il concetto di porto nella mente e non scorgere mai neppure la terraferma. Se ci mostrassero la mappa, invece, potremmo puntare diritti la terraferma, seguire la linea della costa e meravigliarci prima o poi per la presenza di un luogo accogliente per la nostra nave.

Ti dissi: ora non lo sappiamo, ma sicuramente qualcosa di quello che abbiamo imparato studiando ci cambierà la vita. Ad esempio, io credo che navigare in un oceano senza conoscere il concetto di porto sia inutile, perfino pericoloso, lasciamelo dire. Senza sapere che la terraferma è la casa dei porti, passami l’immagine, non so se punteresti in quella direzione. Sulla mappa non significherebbe nulla di diverso dal resto dell’oceano. La terraferma sarebbe solo macchie.

Non è così, mi rispondesti, perché prima o poi osservando quelle macchie, come le chiami tu, saresti attirato da esse e ci punteresti diritto, te lo posso assicurare. E non passerebbe nemmeno troppo tempo prima che accada.

Secondo me sarebbe importante avere un’idea di entrambe le cose: il concetto di porto e la mappa, risposi. E credo che esistano insegnanti in grado di fare ciò.

Non lo posso escludere, mi rispondesti, ma non ho avuto la fortuna di incontrarne. O forse li ho incontrati, ma non era il momento giusto. In ogni caso o sto perdendo tempo o si sta facendo troppo tardi. Da ora in poi sento la necessità di imparare per conto mio quello che mi sembra necessario.

E così, quando tornammo da quel nostro strano weekend a Berlino, lasciasti l’università e ci perdemmo di vista. E fu davvero un caso unico per noi due non vederci e non sentirci mai più, dopo tutti gli anni in cui ci siamo visti ogni giorno. Ti ho cercato per un po’, allora. Poi ho smesso. Ho capito che ovunque fossi, stavi bene.

Ti scrivo questa lettera senza un luogo dove indirizzarla consapevole che riposerà nel cassetto della mia scrivania per anni. Ma so che un giorno te la consegnerò e ti chiederò se, nel tuo navigare nella vita, hai esplorato la mappa e hai trovato un significato ai nomi che ci sono stati insegnati.

Mappa

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