Piccolo inferno di campagna.

Quando si era seduto al posto del cuscino lo aveva fatto per cercare con la schiena il rinfresco della parete. Per ore si era rivoltato nel letto per trovare una posizione. Di tanto in tanto era anche riuscito ad addormentarsi, ma non era durata molto. Le lenzuola impregnate di sudore gli si appiccicavano alla schiena nuda e quando si girava a pancia in giù si incollavano al petto e al ventre. Aveva la sensazione di perdere liquidi anche da porzioni di pelle che non credeva potessero sudare. I gomiti ad esempio: non ricordava di aver mai sudato dai gomiti. Gli sembrava che tutto il letto fosse una pozzanghera, e lui un foglio di giornale che vi galleggiava proprio nel mezzo. Non provava sollievo nemmeno con la finestra spalancata e il ventilatore acceso. Quest’ultimo poi, era un ferrovecchio che ronzava come una mosca intrappolata in un bicchiere. Un rumore da corrodere i nervi, ecco cosa faceva. Gli veniva da piangere, allora. Non aveva senso anche di notte, un caldo così.
Quando ne ebbe abbastanza si alzò e andò in cucina a cercare qualcosa da bere. Aprì il frigorifero. Una lama di luce squarciò il buio. Quando gli occhi si adattarono al chiarore, esaminò le bottiglie allineate: scelse la limonata. Prese uno dei bicchieri che aveva lasciato nello scolapiatti la sera precedente, lo appoggiò sul tavolo e lo riempì per tre quarti. Poi bevve un piccolo sorso aspro e gelato. Un lieve soffio di vento agitò le tendine della finestra e gli sfiorò il torace imperlato di sudore. Rabbrividì. Ma fu una sensazione passeggera: sentì subito il bisogno di un nuovo sorso.
Si avvicinò al davanzale della finestra per guardare fuori. La pallida luce orientale stava prendendo possesso della pianura. Ad est si scorgevano già le sagome dei pioppi con le ombre allungate sul tappeto di granoturco; l’intonaco bianco delle cascine e la polvere dei cortili scintillavano nell’attesa del mattino. Una mucca muggì in lontananza; un cane più vicino abbaiò in risposta, senza troppa convinzione.
Restò a contemplare la nascita del nuovo giorno con il bicchiere in mano. Ogni tanto prendeva un sorso e lo tratteneva in bocca finché la lingua non gli risultava abbastanza anestetizzata ed estranea, quindi deglutiva.
In quel momento l’aria risuonò di un rombo profondo, primitivo. A ovest, una luce radente il suolo filtrava a intermittenza attraverso le piante di granoturco. Man mano che si faceva più vicina, il rombo assumeva frequenze sempre più alte. Poi, quando raggiunse i margini dell’abitato, la luce si sdoppiò, e apparve il profilo schiacciato e scuro di una macchina sportiva. La seguì lanciarsi a tutta velocità tra le abitazioni e i capannoni agricoli, sfrecciare davanti al cancello di casa sua e dileguarsi appena riprendevano le coltivazioni. Alla macchina era bastata una sola curva per scomparire tra le piante, mentre l’aria riverberava ancora del rombo del motore. Per qualche decina di secondi riuscì ad intuire in quale punto della strada fosse arrivata, finché questa non superò anche i filari di pioppi e svanì nel silenzio.
Bevve un altro sorso di limonata e pensò che mentre tutto il mondo correva per accorciare le distanze e farsi più piccolo, lui stava sprecando i suoi diciassette anni in un posto dove bastava del granoturco quasi maturo e dei filari di pioppi per essere tagliati fuori. Nessuno sarebbe stato disposto a fermarsi da quelle parti neanche per cinque minuti, pensò. Era un piccolo inferno di campagna e non c’era nient’altro da fare che fuggire a tutta velocità e svanire per sempre come quell’automobile.
Gli sembrava che tutto il meglio del mondo fosse oltre la portata delle sue gambe. Era fuori questione allontanarsi a piedi da quel piccolo agglomerato di cascine; serviva almeno la bicicletta per raggiungere il paese più vicino e godere delle sue migliori attrazioni: il bar tabacchi, il circolo e un polveroso campo di pallone. Ma il paese intero gli sembrava cristallizzato in un eterno ritorno di gesti e volti sempre uguali; un panorama senza slanci governato da un tempo circolare. La vita, quella vera, gli pareva fosse appannaggio della città. Quella città che in inverno, quando il cielo era così azzurro e nitido da non crederci e la pianura un nudo letto di terra rossastra, si poteva indovinare dai profili degli edifici più alti all’orizzonte.

Guardò l’auto di sua madre parcheggiata in cortile. Splendeva nei primi raggi di sole come un gioiello in vetrina. Era un’utilitaria blu, una delle più comuni. Apparteneva alla sua famiglia da quasi dieci anni. Nonostante l’età e i bolli e i graffi che le solcavano la carrozzeria come lividi e cicatrici, gli sembrava ancora una macchina straordinaria.Ricordò quanto sua madre avesse desiderato quell’auto.
Era andato con suo padre al concessionario. Suo padre aveva già trattato in precedenza con il venditore, si trattava solo di scegliere gli ultimi dettagli e avrebbero concluso l’affare.
«Amos, di che colore la prendiamo?», gli aveva domandato suo padre.
«Blu», aveva risposto, «è il colore preferito della mamma».
Ricordò che quando stavano tornando a casa suo padre gli disse di non dire nulla alla mamma, sarebbe stata una sorpresa per il suo compleanno. Lui ubbidì, e resistette.
Il trentaquattresimo compleanno di sua madre fu uno dei giorni più belli per la sua famiglia. Suo padre era passato a prenderlo all’uscita di scuola con l’auto nuova.
«Oggi ti faccio scendere un po’ prima del cancello», disse. «Tu vai a chiamare la mamma e trattienila in casa finché parcheggio la macchina in cortile».
«Va bene».
«Cerca di essere naturale».
«Va bene».
«E non avere fretta. La fretta ti può fregare. Quando senti che spengo il motore trovi una scusa per uscire sul terrazzo con la mamma. Chiaro?»
«Chiaro».
Quando sua madre vide l’automobile parcheggiata proprio al centro del cortile non poteva crederci. Amos ricordava bene il modo con cui sua madre si coprì la bocca con le mani. Ricordava perfettamente le lacrime di gioia e il modo in cui scese le scale di corsa per abbracciare il marito. Amos quella volta rimase imbambolato sul terrazzo, come un estraneo, finché suo padre non gli disse: «Che fai ancora lassù! Scendi!»
Era il ricordo migliore che conservava di loro tre assieme. Ora sua madre non c’era più e suo padre era sprofondato in un oblio che pareva senza ritorno.

La luce si espandeva sui vetri e sulle superfici curve dell’auto come sostanza liquida. Gli sembrò straordinario che potesse brillare ancora così. Era come se lo stesse chiamando.
Appoggiò il bicchiere vuoto sul tavolo, tornò nella sua stanza, indossò una maglietta, un paio di pantaloncini, le scarpe e scese in cortile.
Amos era ancora immerso nel ricordo del compleanno di sua madre, per cui ora l’auto era come se si fosse ristretta. Gli succedeva sempre quando guardava le cose con gli occhi della sua infanzia. Gli era già capitato quando aveva accompagnato sua nonna a votare: le aule della sua vecchia scuola elementare parevano così piccole che non credeva possibile potessero contenere classi di venti bambini. Con la macchina di sua madre gli stava succedendo la stessa cosa. Nel suo ricordo di bambino arrivava appena a metà della portiera; ora invece superava con tutta la testa il tettuccio.
Aprì la portiera dal lato del guidatore, si accomodò sul sedile in tessuto grigio e mise le mani sul volante. Era tutto perfetto: non avrebbe dovuto spostare nemmeno di un millimetro il sedile o sistemare gli specchietti o il retrovisore. La macchina lo stava avvolgendo in un abbraccio, come se lo stesse aspettando da sempre.
In quel momento ripensò all’auto sportiva che aveva visto sfrecciare nella luce dell’alba. Anche lui, ora, avrebbe potuto svanire tra i campi di granoturco. Se solo avesse avuto la patente sarebbe bastato mettere in moto, ingranare la prima, e l’auto di sua madre l’avrebbe portato via da lì per sempre.

Piccolo inferno di campagna

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