Sotto la pioggia

Il treno avanzava sotto la pioggia. Dal finestrino vedevo le luci di un paesino di campagna, tenui e tremolanti nell’alba. Il mio compagno di viaggio aveva il volto scomposto di chi non è abituato a dormire senza il conforto del proprio letto. Quando riprese coscienza di sé, dello scompartimento del treno e del fatto che stesse piovendo, mi chiese: Dove siamo? Non ne ho idea, risposi, da qualche parte nel basso Piemonte, tra un’ora saremo a Torino. Grazie, disse, poi si alzò per uscire nel corridoio a sgranchirsi le gambe. Doveva aver dormito male; lo si capiva da come aveva teso la schiena ad arco e da come aveva accompagnato il gesto puntellandosi con le braccia piegate. I servizi? Sa per caso dove sono i servizi?, mi chiese. In fondo a destra, risposi, tra questa carrozza e la prossima. La strada per il bagno la conoscevo a memoria per via della mia insonnia da viaggio. Non riesco a dormire quando sono in viaggio, e ancor meno quando viaggio in treno, per via dello sferragliare delle ruote sui binari. Avevo approfittato due o tre volte del bagno durante la notte; mi ci ero nascosto per fumare, anche se è proibito, ma avevo proprio voglia di fumare per calmare i nervi e non erano previste fermate in tutta la notte. Non era stato solo lo sferragliare ossessivo delle ruote a tenermi sveglio: era per via di un’emozione lontana che credevo di aver superato per sempre. Si era manifestata già alla partenza. Riguardava l’ultima volta che ero stato a Torino.

Anche dopo dieci anni, il ricordo riaffiorava talmente vivido che se avessi chiuso gli occhi avrei potuto sentire l’odore del fiume e dei legni marci sulla riva, il tanfo di piscio sulle pareti di mattoni del lungofiume e l’umidità di quel maledetto giugno che non smetteva mai di piovere. Avrei potuto vedere il circolo canottieri sull’altra sponda del Po; le canoe e i kayak tirati in secco su un piccolo molo; io che aspetto Michele al riparo di un ombrello rosso. Anche quella volta era in ritardo. Era la sua cifra: viveva almeno dieci minuti indietro rispetto al resto del mondo. Lo riconobbi da lontano: camminava in quel suo modo curvo in avanti, con la testa incassata nelle spalle e l’ombrello ad anticipagli la strada. Quando mi vide disse: Ehi, che era la sua formula di saluto. Io risposi, Ehi, come va? Poi dissi: Come mai hai voluto che ci incontrassimo qui? Di giorno non c’è quasi nessuno, è perfetto per parlare e camminare. Ti va di camminare? Accettai la sua proposta, iniziammo a seguire il corso del fiume. Notai che Michele era strano: il suo volto era tirato, era evidente che qualcosa lo preoccupava. Pensai che si trattasse dell’università. Non dava un esame a Medicina da due anni e i suoi lo pressavano con continue richieste di spiegazioni: gli richiedevano impegno, risultati, quando si sarebbe laureato. Da qualche tempo era quello l’argomento principale dei nostri incontri. Credevo che anche questa volta mi avesse dato appuntamento per sfogarsi un po’ e alleggerirsi dal peso delle promesse che non stava mantenendo. O forse voleva solo salutarmi; io mi ero appena laureato e me ne tornavo a Roma dai miei. Sarei partito due giorni dopo. Quella sera ci sarebbe stata la mia festa di addio. Mi fermai, lui fece ancora qualche passo, poi si voltò. Che cosa c’è Michele?, dissi. Scrollò le spalle. Poi prese a guardare un punto qualunque dietro di me. I nostri sguardi non si incrociarono. Disse che c’era tutta una serie di cose che non andavano bene. Risposi che capitava a tutti avere degli alti e bassi. Prima o poi tutto tornerà a posto, dissi, non c’è nulla che non possa tornare a posto. Riprendemmo a camminare.
Quando fummo al ponte Isabella la pioggia aveva preso a battere più forte. Le nostre scarpe s’infangavano nel limo dell’ultima piena. Restammo per un po’ in silenzio al riparo del ponte; i nostri ombrelli non offrivano più un riparo adatto alla pioggia obliqua. Parli così perché sei sotto stress, dissi. E’ per via dell’università: ti sta schiacciando troppo. Michele è rimasto in silenzio, lo sguardo perso nel letto del fiume. Dopo un po’ ha detto: Isabel mi ha lasciato. Ci siamo visti ieri sera, ha deciso di tornare a Londra dai suoi. Abbiamo litigato perché lei voleva che andassi con lei. Le ho detto non posso, non ora, mi devo laureare, perché non resti tu? Isabel mi ha detto che è da mesi che parlavamo della sua partenza, avevamo fatto i nostri progetti, credeva che la seguissi per davvero. Ma da parte mia erano solo parole, ha detto, l’ho solo riempita di parole. Mi ha detto che non ho il coraggio di dire ai miei che non me ne frega un cazzo di diventare un medico, che so benissimo che non è quello che voglio, che piuttosto che affrontare la realtà preferisco rimandare fino al giorno in cui tutto diventa inevitabile. Sono fatto così, ha detto, ed è ora che ne paghi le conseguenze se non sono in grado di prendere una decisione. Poi ha iniziato a piangere. Ha detto che aveva bisogno di stare da sola. Le ho chiesto per quanto tempo?, lei mi ha risposto: Non lo so, Michele, non lo so, lasciami stare. Mi è sembrato che a quel punto Michele avesse guardato in alto verso le arcate del ponte, come per esaminare le balaustre in acciaio.Teneva gli occhi socchiusi per via della luce. Scusami, ha detto, sono venuto qui perché ti volevo salutare. Per te è un giorno importante e io te lo sto rovinando con i miei problemi. Non me lo stai rovinando, ho detto, fai bene a sfogarti, sono tuo amico anche per questo. Quando vuoi io ci sono, possiamo sempre sentirci. Puoi venire a trovarmi a Roma quando ti pare. Stasera ci ubriachiamo e il morale torna su, vedrai. Stasera non vengo, ha ribattuto, sono già abbastanza malinconico per conto mio, non voglio vedere gente che piange. Sarà una festa, non piangerà nessuno, dài, ho detto. Ho insistito ancora un po’ su quel punto, ma non c’era nulla da fare. Non voleva venire alla festa. Allora ci siamo abbracciati. Riguardati, mi ha detto. Lo farò. Ma tu promettimi che verrai a trovarmi, dissi. Ci proverò, disse, accennando un sorriso.

Dovevo avere una faccia piuttosto provata, perché quando il mio compagno di viaggio tornò dal bagno disse: Tutto bene? Lei ha l’aria di essere appena sopravvissuto a un cataclisma. Tutto bene, dissi, è solo che non ho dormito bene stanotte, succede, soffro d’insonnia, nulla di grave. Ah, disse l’uomo, in treno si dorme da cani e ormai anche la notte è andata e non riesco più a riprendere sonno. Avrebbe il piacere di prendere un caffè? Volentieri, dissi, ho proprio bisogno di un caffè. Il mio compagno di viaggio era un uomo sulla cinquantina, dal viso tondo e gioviale e dai modi cordiali e cerimoniosi. Sembrava appartenere a un tempo che non c’è più. Al vagone ristorante ordinò due caffè espressi, poi scambiammo alcune considerazioni circostanziate sul brutto tempo e sul caffè. Sa, disse, sono un rappresentante di caffè, e prima di questo lavoro ero un barista. Il caffè è una scienza: non è una questione meccanica, è l’uomo che fa il caffè, non la macchinetta. Vede questi caffè? Non sono bruciati, la temperatura di servizio è giusta, il barista ha fatto il suo onesto lavoro, ma non sono due buoni caffè. La miscela è dozzinale, anche un po’ vecchia, e su questo punto la colpa non è della macchinetta. La colpa è sempre delle persone, perché quando manca la passione, nulla ha più senso. Non voglio dire che è colpa del ragazzo, per carità, lui serve quello che gli danno da servire. Ma come fa a fare un buon caffè se a chi lo sceglie non importa nulla di far servire un buon caffè? Mi creda, dissi, in tutte le volte che ho preso un treno ho imprecato mille volte contro le ferrovie per i ritardi, la cattiva pulizia delle carrozze o l’eccessivo affollamento, ma non avrei mai pensato di incolparli di non offrire un buon caffè. Mi scusi, ha ragione amico mio, disse l’uomo, è che amo il mio lavoro e finisce che parli sempre di quello, come se non esistesse altro. E’ fortunato, è bello amare il proprio lavoro, dissi. Anche lei è in viaggio per lavoro?, chiese. Si, risposi. Ecco perché è così provato, disse l’uomo, deve essere per via di qualche pensiero di lavoro. Lasci perdere, non vale la pena di soffrire per questo. Ha ragione, dissi, non ne vale la pena. Tornammo al nostro vagone scambiando impressioni su dove ci trovassimo e su quanto mancasse all’arrivo.
Quando fummo arrivati, aiutai il mio compagno di viaggio a scaricare i suoi bagagli. Ci salutammo e tornammo ad essere due perfetti sconosciuti. Il rumore della pioggia avvolgeva la stazione. L’acqua veniva giù come una cascata. E il ricordo di Michele è tornato vivo. Ho chiamato un taxi per raggiungere l’albergo che mi aveva prenotato la Compagnia. Il tassista, mi ha aiutato a caricare i bagagli nella macchina e mi ha domandato dove volessi andare. Ponte Isabella, ho ordinato. Quando siamo arrivati a destinazione, sono sceso e ho chiesto al tassista di aspettarmi lì, solo cinque minuti, per favore. Ho percorso il ponte per metà, poi ho guardato verso il basso e ho cercato di immaginare cosa avesse provato Michele la notte che si è suicidato. Deve essere rimasto lì per un bel pezzo a fissare le acque nere. Pioveva da giorni e il fiume era in fibrillazione. Avrà pensato per un attimo di non farlo, di tornare sui suoi passi e venire alla festa? Me lo sono sempre chiesto. Mentre me ne stavo lì, su quel ponte, ho pensato alle parole dell’uomo sul treno: «Quando manca la passione, nulla ha più senso».
In basso una massa compatta di tronchi e rifiuti si era ammassata contro i piloni. Ricordava le dighe dei castori. La piena stava portando nuovi tronchi e rifiuti che si ammassavano contro i primi. Pensai che a un certo punto la pressione dei tronchi sarebbe diventata insostenibile e, quando fosse stata abbastanza grande da vincere la resistenza dei piloni, il ponte sarebbe andato in frantumi. Così ho capito quello che era successo a Michele.

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