Ogni qualvolta che nell’anima mia umido e piovigginoso s’instaura novembre

È così che comincia: da “io” a “noi”. Del resto questa è una storia che riguarda tutti: prima o poi a chiunque è capitato di provare questo desiderio di dedicarsi completamente a qualcosa. Per questo vorremmo mollare tutto e abbandonarci all’idea di una vita nuova, completamente consacrata alle nostre passioni.

Capita un giorno che scopri di non essere tagliato per andare verso la vita che la gente vede per te. Ti senti come se qualcuno ti abbia cucito addosso un abito troppo stretto. Vorresti semplicemente sentire l’aria sulla pelle, come quando arriva l’estate e ti dimentichi delle maniche lunghe, dei pruriti della lana sul collo e delle dita fredde e violacee che sembrano non appartenere nemmeno più al tuo corpo, ma soltanto all’inverno che hai intorno. Capita così, dicevo: un giorno avverti la calma di vento in mezzo al vento, la bonaccia dell’anima: tutto si agita attorno, mentre tu ti ritrovi intrappolato in un oceano piatto e vischioso, in una maledizione da vecchio marinaio. Non lo sai ancora, ma in quel momento scatta un timer che conta i mesi, le settimane, le ore, i minuti e i secondi che mancano al momento in cui decidi di dire basta, stop, ne ho abbastanza. A me è capitato al mio trentesimo compleanno, quando un collega di lavoro ha sollevato in aria la sua tazzina di caffè e ha esclamato: «Agli anni, quanti anni?» e io, sorpreso da quell’inaspettata celebrazione, ho risposto «trenta», e lui, con un terribile occhiolino ha ribattuto: «sei ancora giovane». Ancora giovane per cosa?, mi domandai allora. Ero ancora giovane per combinare qualcosa di autenticamente mio, forse? Da quel momento ho cominciato a chiedermelo sempre più spesso, è diventata un’ossessione. Certo, mi rendo conto che a raccontarla così potrebbe sembrare un’epifania fin troppo stucchevole, proprio una caduta da cavallo rivelatoria. No, devo ammetterlo: non è filata così liscia. Da tempo avvertivo qualcosa nell’animo: erano presenze simili a parole che non riuscivo a decifrare, come frasi pronunciate in una lingua antica e dimenticata. Poi, con il tempo, ho imparato a coglierne il significato, tuttavia pareva non coincidere con nessun significante. Lo scollamento tra quello che sentivo e quello che era la mia realtà si faceva sempre più netto: una vera e propria frattura. «Allora la tua sventura è il tempo», diceva il babbo a casa, «ma consolati, è normale, è la sventura di tutti noi: pensi di essere l’unico a sentirsi inesorabilmente trascinato dalla corrente? Guarda me, per esempio: credi che non pensi mai a quanto tempo mi rimane?» Devo ammettere che quel passaggio dall’io al noi mi ha scosso: per un po’ ho tirato avanti cercando di ignorare la voce interiore che diceva di lasciarmi andare. Ma infine ho ceduto: ero stanco di quell’istinto di conservazione, detestavo anche l’atteggiamento rinunciatario che traspariva dalle parole del babbo. Il tempo è la sventura di noi tutti, è vero, ma è altrettanto vero e terribile lasciarsi trascinare a largo dalla corrente senza lottare. Allora ho preso la decisione: ho mollato gli ormeggi, ho preso in mano i remi – ognuno la dica come vuole – mi sono licenziato e ho cominciato a dedicarmi soltanto a ciò che trovavo adatto per me. Per prima cosa, una volta libero dalle incombenze di una routine in cui non mi riconoscevo più, ho deciso di partire per un lungo viaggio: ho preso una nave e sono andato a vedere quella parte di mondo che per anni ho potuto soltanto sognare attraverso i libri. Ho fatto il mozzo su una nave cargo, ho viaggiato così, al servizio della nuova vita e di un capitano piccolo e glabro che non aveva niente a che fare con l’epica marinara che mi aveva sempre affascinato: pareva un impiegatino prestato alla marineria; più attento al carico che alle meraviglie del mare. La sera, in mensa, non faceva altro che parlare dei soldi che gli doveva ancora l’armatore, ma tant’è.
All’inizio la trovavo terribile e meravigliosa, questa vita quotidiana sulla nave. Per gran parte del tempo si trattava di lavorare duro, di provare la sera un pizzicore ai muscoli delle braccia e delle gambe e una stanchezza che non avevo mai provato in vita mia; ma quando mi ritiravo in cabina, disteso sul mio lettino, con un buon romanzo appoggiato alle gambe e l’infinito appena fuori dall’oblò, mi pareva già di essere di nuovo in forze. Ma lo ammetto: qualche notte su quel letto non sono riuscito a chiudere occhio. Qualche notte mi sono sentito colpevole per aver abbandonato una vita quieta e serena per l’ignoto. Mi inquietava il pensiero di essermi abbandonato a quel linguaggio antico, a quelle parole che tardavano a trovare il proprio significante. Se avessi capito male?, mi domandavo. Se quella voce interiore non fosse autenticamente mia, ma appartenesse soltanto a tutte le storie che avevo letto e sentito nella mia vita? Se stessi soltanto inseguendo il canto di una sirena? No, cercavo di convincermi: non stai seguendo alcun canto di sirena, adesso stai ancora imparando a manovrare il timone, abbi pazienza. E poi, in generale, come può un uomo essere colpevole?, mi dicevo. Come può essere ritenuto colpevole un uomo che insegue una sirena? Non può, davvero: quale giudice lo condannerebbe per aver ceduto a una voce così irresistibile? Lo condannerebbe la vita, forse, ma quell’uomo agli occhi di Dio sarebbe lo stesso innocente. È così che ho superato i primi timori, è così che li superiamo tutti noi che abbiamo provato almeno una volta a metterci in gioco. E poi ho pensato: come tutte le cose bisogna assaggiarne tutti i lati per comprenderle, no? Ci vuole un certo dosaggio, fra solitudine e folla, per capire se si è tagliati per l’eremitaggio o si preferisce Times Square all’ora di punta. Di solito tutto si risolve in situazioni intermedie, che sono le più giuste, ma credo che si debba tener conto degli estremi per essere sicuri della direzione in cui si sta andando. Questo l’ho capito sempre col tempo: ho guadato un lungo fiume e ho i piedi bagnati dalle esperienze per dirlo.
Ecco, a proposito, la prossima volta chiedi di me. Se capiti di nuovo in questo bar per bere perché ti pare ti sia incastrata l’ancora da qualche parte e non sai come ripartire, chiedi di me. Conosco un sacco di storie come questa. Alcune sono davvero belline, delle vere medicine. Certo, forse qualche volta già un po’ sentite, sembrano proprio dei racconti imbevuti di parole altrui. A molti non piacciono. Ma quando trovo uno come te, attacco a raccontare sempre volentieri perché so che sono storie che servono a qualcosa. Però attento! Le mie storie sono come tutta la letteratura: per un cuore che non sa ascoltare, rimangono soltanto una cantilenante accozzaglia di belle parole.


Ogni primo del mese, da poco più di un anno a questa parte Maria, blogger di Scratchbook, pubblica la sua newsletter scegliendo come titolo una citazione estratta da un libro. Mi sono divertito a giocare con queste citazioni e ne ho tirato fuori un racconto che ha un po’ il sapore della lettura che mi ha accompagnato negli ultimi due mesi: Moby Dick. Pertanto, mi è sembrato naturale scegliere come titolo una celeberrima citazione tratta da quel meraviglioso incipit che ci ha regalato Melville (qui nella traduzione di Alessandro Ceni per Feltrinelli).

PS: le citazioni che ho utilizzato le ho riportate qui sotto: provate a indovinare da quali libri sono tratte!

  • «Una cantilenante accozzaglia di belle parole»
  • «La calma di vento in mezzo al vento»
  • «È così che comincia: da ‘io’ a ‘noi’»
  • «Agli anni, quanti anni?»
  • «La prossima volta chiedi di me»
  • «Verso la vita che la gente vede»
  • «La trovavo terribile e meravigliosa, questa vita quotidiana»
  • «Erano presenze simili a parole»
  • «Ci vuole un certo dosaggio, fra solitudine e folla»
  • «E poi, in generale, come può un uomo essere colpevole?»
  • «Ho guadato un lungo fiume e ho i piedi bagnati»
  • «Allora la tua sventura è il tempo, diceva il babbo»
  • «Questo desiderio di dedicarsi completamente a qualcosa»

 

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Sogno di un lussurioso

La notte dell’otto aprile, incapace di trovare una valvola di sfogo ai suoi desideri, D inghiottì sedativi. Presto piombò in una selva oscura, dove incontrò un grosso gatto ossuto sdraiato sulla strada e morente. A D parve che quegli occhi ferini stessero puntando il suo sternocleidomastoideo come ultimo desiderio vitale. Il ruggito di dolore che lanciò la bestia risuonò nelle orecchie di D come la voce stessa della voluttà. A veder la lince ridotta così, ormai ombra dell’animale gargantuesco che doveva essere stata un tempo, D provò pietà. Cercò un sasso o un bastone abbastanza robusto per finirla, ma là attorno raccolse soltanto pomici e rami marci, testimoni di un mondo che gli si sfaldava fra le mani. Rinunciò e decise di proseguire. Se si fosse fermato ancora avrebbe finito per intuarsi, si disse, per provare la stessa insaziabile brama di carne della lince ferita.
Riprese il cammino e più avanti incontrò un orrido profondo e oscuro, stretto come un capillare, che penetrava le viscere del mondo come un foro di proiettile. Al limite del baratro non gli riuscì di trattenere il brivido: l’adrenalina gli pizzicava cuore e polmoni quando si lasciò andare all’oscurità. Nella caduta udì il mugghiare di un mare in tempesta e si ritrovò a surfare tra onde piene di corpi umani incapaci di sottomettere gli istinti alla ragione. Lo terrorizzò riconoscere tra quei corpi intrecciati la riproduzione infinita di se stesso. Chiuse gli occhi e urlò tutte le preghiere che conosceva. Non servirono a nulla; lo consolò soltanto il ricordo della simmetria e delle regole del cosmo: la terra smossa per formare il pozzo genera altrove la montagna. Aggrappato a quel pensiero riaprì gli occhi per rivedere la sua stanza nella luce del mattino.

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William Blake, La Divina Commedia, illustrazione del Canto V dell’inferno 

 

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Le parole che ripeto

 

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   Veneto, Italia, linee, fossi, la campagna, la città di Rovigo, la parola photo, photography. Nital, la parola è Nital, no è Italy, no è Nikonitalia, è rimasto qualcosa negli occhi, un’altra parola: Feltrinelli. I libri, Morelli! Che racconti scrittore cane! I libri! Perché tra i molti libri di fotografia ci sarai rimasto! Del resto sarai tra i ricordi, si disse, ti sembra di vedere la realtà perché qualcosa resta. Pare un racconto di Cortázar o di Antonio Tabucchi, letteratura così. Un quadro, una fotografia, e sembra di poter vedere la realtà stessa perché ne resta l’immagine nella mente. Poi una finestra sul mare, le onde al tramonto, il canto del vento tra le parole di un libro: allora sarà così la morte?

 

(un breve racconto ispirato dalle parole che ho usato spesso nei post che pubblico su Facebook. L’immagine è stata ottenuta con l’app Quizzstar.com)

 

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  È uno scorcio privo di turisti: troppo obbedienti alle guide per perdersi nel labirinto di possibilità che offre la città. È un luogo caro soltanto ai residenti o agli spiriti anarchici, agli amanti di un regno di muri umidi e scrostati e di barche trascinate in secca e lasciate a marcire alla salsedine. E poi è estate, non si può non riconoscerla: lo dicono le maniche della camicia dell’uomo, arrotolate all’altezza dei gomiti, e gli occhiali da sole della donna, le sue braccia nude e abbronzate, il vestitino azzurro di cotone leggero. E devono essere le due o le tre di un pomeriggio di settembre – bisognerebbe saper interpretare le ombre distese sul lastricato per esserne certi – ma adesso giugno luglio agosto o settembre è lo stesso, non importa più.
Tutto è immobile. Solo i rami dell’albero alle spalle della donna, cortesemente inclinati da un lato, suggeriscono un alito di brezza marina sfuggito all’intrico di vicoli della città vecchia e approdato qui, in questo spazio sonnolento. La donna ha appena gridato «Sei un verme» o qualcosa del genere; è questo il germe di cristallizzazione. Il candore dei denti risplende nella luce pomeridiana. La testa è ancora protesa in avanti, i lineamenti del viso raccontano una storia di dolore compresso e profondo rancore. Ma il tempo ha già ingoiato le parole; è rimasto solo il rancore, lo si intuisce dalla bocca ancora spalancata sull’ultima sillaba. Ce l’ha con l’uomo che le sta di fronte, l’uomo su cui non si può che speculare: solo l’albero e la donna conoscono il suo volto, da qui non si vede che la schiena. Pertanto è naturale procedere secondo luoghi comuni: l’uomo è un traditore, già lo si immagina a letto con un’altra donna, un’amante di lunga data probabilmente; oppure è il contrario, l’amante è questa donna e le ha appena detto che non lascerà la moglie e i figli per lei. Dalla schiena leggermente ricurva si direbbe un uomo riservato. «I bambini, capisci?» Dev’essersi giustificato così, deve averlo detto a denti stretti, quasi sussurrato per non farsi sentire. È tutto così semplice. Si direbbe banale, prevedibile. Com’è prevedibile l’azione successiva della donna: si volterà, andrà via a testa bassa se vinceranno le lacrime, a testa alta se vincerà l’orgoglio (le lacrime arriveranno lo stesso, più tardi). E anche la successiva reazione dell’uomo sarà ancora una volta prevedibile.
Ma adesso non si può dire davvero, non si può dire nulla. Adesso c’è solo la schiena di un uomo, le spalle basse e la nuca rassegnata al sole. Bisognerebbe essere l’albero o la donna per conoscere qualcosa di più su questa storia. Almeno le espressioni sul volto dell’uomo, per non descriverlo soltanto come un manichino inquietante. Ma in fondo che importa? Che importa ciò che è successo? Forse quello che conta è soltanto la donna, l’eterna sillaba fissata sulla sua bocca, e quei denti bianchi che già accolgono il futuro, perché sa che l’uomo non la seguirà, non la tratterrà – non lo farà perché lui non ha mai fatto niente – è una bocca che sorride già di un riso liberatorio e consolante proprio nel momento in cui il passato, il presente e il futuro si sono condensati in un lampo di luce e tutto il resto è rimasto tagliato fuori dal riquadro della fotografia.

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Illustrazione di Marco Capra

Canto d’autunno

Anche se di fronte a me
adesso non vedo altro che rovine silenziose,
e troppo lontana la verde serenità,
so già che arriverà la mano dell’artigiano
che colorerà quelle mura scrostate,
e ricostruirà il tetto che mi riparerà dalla pioggia,
e inchioderà gli infissi che regoleranno l’ingresso della luce.

La sto aspettando con pazienza, quella mano.
E forse sarà la mia stessa mano,
forse ci saranno altre mani con le mie,
ma so già che un giorno quelle rovine novembrine
torneranno ad essere un posto caldo da abitare.

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C’era come un senso di sospensione in quella visione, in quella profondità di campo così stretta, come colta con un diaframma aperto. Si domandò che cosa lo colpisse davvero di quella distesa di erba bagnata, del tramonto violaceo, della nebbiolina che accarezza i campi e sfuma l’orizzonte.
Si era sempre chiesto se non ci fosse qualcosa di congenito. Non che credesse negli oroscopi: le stelle le considerava fin troppo distanti; la loro luce troppo debole e fioca e lontana nel tempo per avere avuto davvero un influsso su di lui. In tal senso, credeva che i neon dell’ospedale avessero avuto una maggiore influenza rispetto ad Antares o Shaula. Ma quando vedeva un panorama caduco, novembrino, di vita rallentata, sentiva una strana vibrazione: come il sentimento di autentica appartenenza al mondo.

Fotografia: Andrea Siviero, Campagne attorno a Villanova del Ghebbo (RO).

Il ripensamento

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Photo By Teddy Kelley (unsplash.com)

Alla fine ha deciso: ha abbandonato l’abbraccio caldo delle coperte per inseguire il pensiero da notte fonda. Mentre elenca passi rapidi  lungo i portici di via Po, svelta nel sistemare un piede dopo l’altro con la ferma volontà di raggiungere presto il fiume, non bada alla propria immagine riflessa nelle vetrine. Del resto non le importa più dell’apparenza: fra poco non sarà più immagine, più riflesso, più niente. Sarà solo fredda statua di marmo e poi fango e alimento per pesci.
La sua è una fuga dal ripensamento che si cela dietro ogni ostacolo sulla sua strada. Anche per questo ha scelto la notte: è perfetta per via dei semafori lampeggianti che invitano ad attraversare e non intralciano mai con un rosso, ad esempio all’angolo con via San Massimo. Già altre volte un rallentamento, o l’obbligo di fermarsi del tutto, ha permesso al ripensamento di raggiungerla.
Anche quando sarà sul ponte, pensa, dovrà fare presto. Un’esitazione nel momento in cui dovrà alzare la gamba per scavalcare la balaustra potrebbe rovinare tutto. Immagina il ripensamento che l’agguanta per il polpaccio, la contrazione elettrica del muscolo, la consapevolezza che  dal momento in cui avrà compiuto il gesto non potrà mai più provare la sofferenza, ma neppure il suo contrario. Vuole essere già solo anima, non più corpo. La percezione fisica del dolore l’atterrisce, le impedisce di saltare. E allora accelera ancora il passo e vede già la collina e il disco azzurro della Gran Madre, ma abbassa lo sguardo per non pensare più alla concretezza di questa realtà di roccia e di granito.
Il ponte è deserto. Scavalca e si sporge dal bordo rimanendo aggrappata alla balaustra. Il ripensamento è in affanno dall’altro lato della strada e il fiume nero l’aspetta là sotto. Percepisce lo scorrere tumultuoso delle acque e ne indovina la direzione dal nitore della schiuma che scivola via in un rapida. Chiude gli occhi, deve ignorare il respiro affannoso del ripensamento che sta attraversando la strada, e abbandonarsi al salto nel vuoto; li riapre per contemplare il letto che l’accoglierà per sempre nelle sue lenzuola di tenebra e riflessi bianchi di spuma. Continua a leggere

Può un giovane di ieri parlare a un giovane d’oggi?

  Una fotografia, ancora una volta una fotografia. Morelli l’aveva ben impressa nelle rètine quell’immagine di due giovani innamorati uniti in un abbraccio senza tempo. Una fotografia, pensò Morelli, un istante muto imprigionato dalle pareti di un rettangolo che taglia e rifila la realtà. Ma è proprio così?, si chiese, è proprio vero che una fotografia è un istante muto? No, si disse, le fotografie non sono mute: le fotografie raccontano storie che vanno oltre i limiti imposti dalla loro geometria. Parlano a chi le sa ascoltare, pensò, le fotografie parlano a chi è pronto ad accogliere il loro messaggio: sono letteratura per immagine. E quella fotografia di due giovani innamorati degli anni Venti, una fotografia che già faceva intendere un grande amore, a guardarla bene raccontava qualcosa di più.
Morelli pensò che la fotografia da sola non bastava senza ciò che conosceva dei soggetti. Senza quelle informazioni i due sarebbero stati solo due giovani innamorati degli anni Venti. Proprio perché lui sapeva, in quella fotografia non vedeva soltanto l’amore. Quella fotografia gli diceva che la vita è passione, che la vita è combattere per le proprie idee. Ogni volta che andava a riguardarla, gli sembrava che le figure possedessero la forza per evadere dal rettangolo di carta e imporsi alla realtà. E allora quei due giovani iniziavano a muoversi, a sciogliere l’abbraccio e guardarsi attorno, a scoprire con i loro occhi il mondo nuovo – il mondo che per loro sarebbe stato un lontano futuro. Continua a leggere

Istruzioni per un cronopio

In memoriam J.C.

Avresti potuto incontrarlo dalle parti del Jardin des Plantes intento a fissare gli acquari con occhi d’oro da axolotl. Oppure, se avessi vagato a caso per la città, non ti saresti sorpreso di incrociare quella sua figura alta e slanciata sul Pont des Arts, qualche volta muovendosi da una parte all’altra, qualche volta ferma contro la ringhiera di ferro, china sull’acqua. Se ti fossi avvicinato per un saluto, ti avrebbe invitato a bere del mate, e magari ti avrebbe fatto salire su Fafner – drago rosso fiammante – e sareste partiti assieme per un viaggio premio verso un luogo chiamato Saignon. Con lui il tempo e la distanza sarebbero stati come gli orologi liquefatti di Dalí: avreste percorso insieme un anello di Möbius lungo il quale anche due epoche apparentemente inconciliabili diventano la stessa, come del resto tutti i fuochi il fuoco. E allora non avrebbe avuto alcuna importanza che tu fossi nato quando lui già riposava a Montparnasse: vi sareste incontrati nella continuità tra chi scrive le parole e chi le legge. Lui sarebbe stato lì ad aspettarti, accucciato come uno dei suoi gatti, e tu prima dall’altra parte e poi da quella sua stessa parte; la parte delle letteratura s’intende. E in un bel momento, magari con un disco di Charlie Parker in sottofondo, avrebbe tirato fuori dalla tasca un caleidoscopio e vedendoti saltellare sul posto per la gioia avrebbe riconosciuto in te un irriducibile cronopio che a quel punto ci sarebbe rimasto male se nel mettere la mano in tasca in cerca della chiave di casa si fosse invece trovato in mano una scatola di fiammiferi. «È la prova che il mondo si è spostato di colpo», avrebbe detto. E così ti avrebbe rivelato che dietro uno scenario provenzale assolutamente Paolo Uccello può nascondersi una Rue di Parigi e, incredibilmente, svoltato un angolo, una Plaza di Buenos Aires e poi una Street di Londra e poi ancora una Strasse di Vienna…

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Julio Cortázar (Bruxelles, 26 agosto 1914 – Parigi 12 febbraio 1984)

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Generazione

Che vita! La vera vita è assente. Noi non siamo al mondo.

Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno

Non potremo nemmeno svegliarci un giorno scarafaggi nei nostri letti di rappresentanti di tessuti. L’alienazione ci perseguita nelle scadenze di impieghi in cui telefoniamo ore pasti ad altri uomini e donne incastrati come noi nel meccanismo compra-vendi, guadagna oggi-spendi oggi.

Appesi al presente, desideriamo passati gloriosi a cui appigliarci. Ma non abbiamo alcuna battaglia vinta, nessuna rivoluzione nel nostro curriculum vitae.

Il nostro passato è marchi falliti di jeans e scarpe, pubblicità di giocattoli a cui non gioca più nessun bambino, cartoni animati con alabarde spaziali e asfalto su cui disegnavamo col gessetto il gioco del mondo.

È vero: siamo i primi a godere dell’informazione istantanea e capillare che ci permette di sapere adesso, che siamo al circolo polare artico, se sta davvero bruciando l’equatore.

Il verbo «aggiornare» è il nostro demiurgo, lo evochiamo in tutte le declinazioni: dobbiamo costantemente aggiornare i nostri telefoni, i computer, i blog, le opinioni, le competenze, il curriculum e le vite.

Le nostre vite si consumano nell’adesso. Non abbiamo un passato d’oro in cui rifugiarci, non un futuro in cui confidare, solo presente.

Non ci resta che il tavolino di un dehors da cui mirare una Peroni vuota in una piazza deserta. Un tempo d’inquietudine metafisica, in cui tutto è fissato in un eterno «potrebbe», a tenerci compagnia.

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Questa è pur sempre narrazione.

 

A.S.

Nefelomanzia

Ho cercato di fermare il rapido svanire delle nuvole dal rettangolo di cielo che vedo dalla mia stanza; ho cercato di fermarlo in una Polaroid che ho nascosto nel portafogli. Penso che la mia estate sia queste nuvole effimere, imprevedibili e in balìa del vento.

Mi piacerebbe poter osservare la mia vita come osservo le nuvole: vorrei vedere che cosa sarà fra poco. Sarà come quella nuvola che prima era una massa irregolare e poi si è trasformata in una colomba con le ali spiegate? O rimarrà per sempre una massa irregolare, grigia, adombrata dalle nuvole che sono sopra di essa e che non posso vedere? Non lo saprò mai. Posso solo conservare il momento in una fotografia che ritroverò in inverno, quando mi meraviglierò per aver conservato l’estate in un portafogli.

A.S.

Lenuvole2